MARTEDÌ, 07 NOVEMBRE 2006

Giorgio Bocca, in televisione, ci ricorda che gli italiani sono fascisti, l’unica alternativa è che siano mafiosi. Io mi domando se ci siano ancora italiani che sanno che cosa sia il fascismo, come chiedere ad un pesce che cos’è l’acqua temo. Non mi chiedo affatto se gli italiani sanno cos’è la mafia, non ci sarebbe tutta questa gente che paga le banche se fosse così, che le prende sul serio , che le ascolta.

Ma quello che mi tocca è che si pensa che questo vecchio ex combattente, che ha preso molte delle cantonate che la sua generazione ha preso, dalla fantasia comunista a quella leghista, che si regge a fatica su un bastone, che non capisce affatto come si debba parlare in televisione, sia “pessimista”.

Ora, io non credo che esista una cosa comprensibile per me come il “pessimismo” o l'”ottimismo”, perciò mi sembrano termini ingannevoli. Credo che esista una disposizione ipercritica, così come un’altra serenamente ipocritica, non mi interessa l’una come non mi riguarda l’altra. Ma c’è una grande tradizione riguardo al pensiero critico, che viene definita pensiero negativo. Capisco che irriti.

Capisco chi vuole una vita solare, buon cibo e vacanze, utilities and commodities, come si definiscono i comfort della vita moderna nei luoghi in cui ci si specula in modo indefinito. Capisco che la parte cupa e tetra dell’esistenza umana sia quella di cui parlare in società è di cattivo gusto. Non credo che ci sia qualcuno che lo capisce meglio di me.

Io proverei ad immaginare, sospendendo il giudizio per un istante, che lo stato di diritto, quello giuridico fondato sulle corti, non esista. Proverei a considerare l’esistenza di un mondo al di quà di quello regolato dalle costituzioni e dalle carte dei diritti. Senza per questo sprofondare in una cupezza senza limiti, potrei trovare un modo nuovo di vedere le cose come intendo in effetti fare: così come sono.

LUNEDÌ, 07 NOVEMBRE 2005

L’innovazione tecnologica è metafisica.

Quando un gruppo di lavoro contenuto, e non voglio dire un popolo, una società, un paese, si pone come obbiettivo l’innovazione si trova di fronte a difficoltà che sono le più varie. Ci sono difficoltà specificatamente economiche, di mercato, (non intendo, come ci suggerisce Oliviero Toscani la finanza, ma “i rapporti umani, la bellezza. l’amore, l’odio, la tragedia”) per cui un’impresa di riferimento per i suoi clienti cessa di focalizzare il proprio lavoro sul mantenimento di utenti stabilizzati, per orientarsi ad un nuovo modello di utenza e quindi toglie energia alla cura della sua principale fonte di reddito.

Ci sono difficoltà di ordine tecnologico, per cui le attrezzature per produrre vanno adattate, se non addirittura sostituite, o inventate ex novo. E poi difficoltà cognitive, nel senso di know-how diffuso, di acquisizione di consulenze avanzate che devono perlopiù venire tradotte in termini usi alla cultura aziendale. Infine, tra le altre difficoltà per me inimmaginabili, c’è la difficoltà dell’accettazione, prima interna all’azienda e successivamente dal “mercato”. Perchè l’innovazione implica necessariamente una accettazione, interna ed esterna, che non è responsabilità dell’impresa in sè la quale si occupa di affermazione.

Paradossalmente un intento innovativo, quello cioè, ripeto, con il quale si intende riaffermare la mission aziendale in relazione al mutamento temporale e culturale, è il maggior rischio possibile per una qualunque azienda affermata.

Si tratta di stabilire esattamente che cosa sia innovare, in opposizione ad una indefinita smania di fare bella figura senza turbare l’esistenza degli indolenti. Esattamente quello che viene chiesto ad ogni consulente industriale che venga pagato il giusto: Innovazione significa adattamento, dove la migliore definizione di intelligenza è adattamento di linguaggio, di modo, di strategia. La questione è, naturalmente, prima di tutto personale, ed è nella propria esistenza personale che la tesi va duramente messa alla prova, a proposito di mutazione delle abitudini, dei metodi, dei clichè.

Non possiamo evitare di considerare una malafede di fondo, la quale è tipica dei venditori quando sono costretti a svuotare magazzini carichi di inutili attrezzi che non contengono innovazioni nemmeno come intenzione. Questa malafede, che nel caso dei venditori è, spesso giustamente, data per scontata, non è in nessun modo accettabile, ed è del tutto indifensibile, quando diventa strategia politica: quando la finta innovazione produce oggetti strumentali, per esempio, al controllo.
Il vero nemico dell’innovazione é la falsa innovazione: non c’è modo migliore per difendersi dalla strategia innovativa necessaria che simularne una, per fare bella figura quando non si è capaci di innovare occore usare una innovazione fittizia. (Rimando per esempio all’intervento di Renato Soru su Affari e Finanza di Repubblica di oggi). Possiamo dire che abbiamo bisogno di una innovazione Autentica, una strategia, cioè, che renda la nostra mission ( non solo le aziende ne devono avere una), al passo con il tempo, Reale.

7 novembre 2003

Un rinvio al rientro a casa, e Stefania decide di raggiungermi a Trieste con i bambini. Sembra tutto familiare ad osservare ad una certa distanza ma l’impressione che ho, alla fine di una giornata nella quale, dopo il primo turno al QG, ho semplicemente disteso le gambe, tentando di nuovo di fare di questa città casa mia.

7 novembre 2002

Sono un po’ stupito, è già ora di partire di nuovo, e dopo una delle nostre dolci e sempre più familiari mattinate sono di nuovo in macchina verso Trieste. Credo di stare un po’ esagerando con la frequenza dei movimenti, anche se ho ben chiaro quello che accade, ma devo essere in casa della musica più spesso che posso, e devo stare con le bambine il più spesso che posso: le due cose non sono facilmente conciliabili. Come farei se dovessi tornare a lavorare regolarmente, se questa vacanza finisse, se il mondo rivendicasse qualsiasi cosa?

Annunci