MERCOLEDÌ, 04 OTTOBRE 2006

Competenza, efficienza, efficacia, parole splendenti, e adesso?

E’ una questione di termini, sempre delicato il nostro vocabolario in ri-costruzione, ma è una questione imbarazzante. Personalmente sono circondato da individui che definire dilettanti è onorifico, nel senso che i dilettanti sono sempre rispettabili perchè si dilettano delle proprie azioni, cosa che per me è qualificante in sè. Si tratta per la maggioranza di persone che cercano di immaginare come si svolge il compito che è stato loro affidato.

Lo strumento principale per questa, peraltro nobile, tecnica dell’immaginazione è la convenzione. Se riusciamo a trovare un accordo sul vocabolario, sulla struttura e sulla conduzione generale abbiamo costruito un mondo. In base alla qualità del nostro impegno troviamo una posizione gerarchica all’interno di questo mondo che siamo riusciti a mettere insieme. Da ora è sufficiente che la maggioranza riconosca la nostra posizione.

Lo strumento secondario a supporto è il consenso. Questo produce la gerarchia somma, quella politica, che per definizione è il centro del mondo essendo questo un sistema di definizione etica, e la mantiene. Il consenso ha una essenza molto più controversa della convenzione, che in genere quand’è fissata rimane tale e quale, il consenso ha bisogno di continue cure. Le quali si compongono di immagini ed attenzione per le immagini, appunto.

Costruito un mondo e stabilizzato, finchè si può, un consenso, abbiamo ovvie spese di funzionamento, che vanno contenute altrimenti sono buoni tutti e da qui non se ne va nessuno. Dobbiamo essere efficaci, cioè raggiungere, in effetti, il nostro obbiettivo. Certo che dobbiamo stabilire un obbiettivo, ma se non ce l’avevamo cosa siamo venuti a fare qui, invece di andare al mare in questo caldissimo ottobre?

Nel raggiungere il nostro obbiettivo, completamente, serenamente e provvisoriamente, dobbiamo spendere il meno possibile in termini di tempo, uomini e mezzi: dobbiamo essere efficienti. Dobbiamo ottimizzare ogni movimento, lustrare i meccanismi, semplificare e non complicare. Come se fosse facile, in realtà continuiamo a restare nel nostro modo immaginario, e basta immaginare.

Dobbiamo realizzare una competenza, e qui c’è da divertirsi molto più di prima: stabilire di che cosa consista questo termine è molto meno facile per me, per non dire della realizzazione della competenza stessa, cioè del definirla in termini attuali. Competenza significa contemporaneamente saper fare, saper vedere e saper comunicare. Una specie di realizzazione dell’umanità, per prepararsi a transustanziarla.

4 ottobre 2004

This marks the transition from the “outer” to the “inner” process. We move from a concern with what we do, then to how we do what we do, then to the necessity at the heart of any process. When we undertake to act from necessity, rather than to achieve what we want for ourselves, all the rules change.

So, while we are “waiting”, what do we do? We address our technique: the “how” of our “what”. We develop a technique which has no concern for technique.

Molti anni fa, nel momento in cui la priorita’ nella mia vita orbitava intorno ad una illuminante “chiarezza”, vidi in modo esemplare il confine tra “interno” ed “esterno” del processo all’interno del quale mi trovavo. Nulla e’ cambiato nei miei modi da allora. La costante pratica della distinzione tra quel che intendo procurarmi “per me stesso” e cio’ che nelle mie capacita’ e’ necessario ha costituito fonte di grande bruciore ed irritazione, fino al quasi completo dissolvimento di queste scomodita’. Di tutte le mancanze per cui posso essere rimproverato, sia in termini di qualita’ che di precisione, quella per cui le mie priorita’ sono rivolte alla soddisfazione dei miei comodi sono tra le ultime.

4 ottobre 2003

Il punto, guardando stamattina dal QG, è piuttosto chiaro e netto: si tratta di una quantità insufficiente di lavoro: ciò in cui manchiamo, non solo io, è una quantità appropriata di lavoro. Le cose cominciano a mescolarsi quando entra in scena la competenza vera e propria, che è differente dalla capacità di arrangiarsi dei bricoleur. Ma di norma tutto si riduce ad una misteriosa inefficienza, alla mancanza della capacità di mantenere l’attenzione sull’oggetto che va trasformato.

Un’altra questione molto rilevante è la capacità, che io credo possa essere illusoria, di far accadere le cose. Mi suggeriscono che il lavoro è moltissimo, pur restando totalmente insufficiente. A me pare, naturalmente ma è probabile che solo culturalmente, che nessuno può far accadere le cose lavorando in senso industriale, o sportivo, o militare. Le cose accadono e la nostra intelligenza si definisce come capacità di adattarcivisi.

Arrivo a Spinea a pranzo, per una riconnessione da weekend con i miei dolci bambini e con questa splendida, seppur inconsistente, femmina che non ammette di essere mia moglie.

4 ottobre 2002

“…anger results from inadequate recognition…”

Francis Fukuyama; “The Age Of Disruption” (p.228)

Dovrebbe riuscire più facile, alla mia età e con la mia pur piccola esperienza, riconoscere la fondamentale unità con chi si avvicina, la profonda pur se a volte poco sensibile risonanza di modi, di gesti e di linguaggio. Ci ritroviamo spesso a puntualizzare differenze irrilevanti quando dovremmo lasciare luogo a piccole ma incrementali modificazioni personali, differenze che non pesano sulla lunga distanza, rispetto ad opportunità di modifica decisive per la nostra vita. Ma milioni di indicazioni positive e piene d’amore lasciano il passo ad una sola giustificazione per il mio egocentrismo, ad una sola parola che mi consenta di affermarmi e nascondermi contemporaneamente.

Questo blocco impedisce la nostra evoluzione, l’evoluzione naturale del mondo che ci circonda, della vita di chi ci ama e quella dei nostri stessi figli, che ne sono schiacciati.

La differenza di ritmo, quando Stefania parte la mattina e rientra il pomeriggio è inaspettatamente rilevante, al punto da ricordarmi che oltre a me e lei e Greta, altre cose ci aspettano la fuori nel mondo.