MARTEDÌ, 03 OTTOBRE 2006

Che la mimesi sia una malattia mentale? Oppure piuttosto è la qualità suprema dell’intelligenza? Oggi sono un po’ indeciso.

Certo che ho bisogno di sapere a che cosa crede serva la vita il mio vicino. Voglio dire proprio tecnicamente. E’ ovvio che dobbiamo servire qualcuno, nel migliore dei casi decidiamo chi servire, ma la vita a cosa serve?

Abbiamo, o meno, uno scopo, un obbiettivo. Abbiamo la capacità di fabbricare gli strumenti per perseguirlo, buone mani, capaci a modellare, oppure magari una capacità di analisi veloce. Magari la visione a lunga distanza, forse una buona volontà, ma dobbiamo sapere a cosa serve la vita. Altrimenti non ci sono motivi. Illusioni, forse, fantasie, certamente, ma non motivi. Invece per lavorare, comunicare, uscire dalla propria stanza, ci vogliono motivi.

Seguire il flusso, adattarsi alla convenzione, assumerne valori e connotati, ritmi ed abitudini è un’ottima soluzione. Chi può, secondo me, dovrebbe buttarcisi a pesce e non pensarci più. Se invece crediamo di avere qualcosa da guadagnare allora è necessario cambiare. E questa mimesi personale, sociale, civile, diventa pericolosa. Genera un equivoco che rende la vita inutile.

In alternativa, guidati dalla miglior forma di intelligenza possibile, identificate le guide in persone che sono più pratiche di noi, decidiamo di adattarci ai loro modi, alle loro attrezzature, perfino alle loro apparenze, questa tecnica mimetica potrebbe rivelarsi provvidenziale.

E’ vero. Oggi sono proprio confuso.

3 ottobre 2004

We can’t know the “what” of a creative future: if we did, it wouldn’t be creative. So, in the Great Divide we experience degrees of discomfort: despair, a sense of dying, pain, are part of this & may be seen as trials & tests of our resolve & our commitment to serve the process. We invest more suffering in them than they rightly demand, and more than necessity asks. The degree of our suffering is partly determined by the demands we place upon the creative future: “I want my future to be creative – but it must be like this!”

Le mie attese personali mi sembrano attualmente ridicole, e la principale di esse riguarda compagni che nulla sanno, ne’ intuiscono. Questa e’ una responsabilita’, per esempio, che da troppo poco tempo mi prendo in pieno. Ma la difficolta’ maggiore, per quanto riguarda ogni possibile attesa che la mia offesa ed umiliata personalita’, riguarda sempre la scarsissima opportunita’ che trovo nel comunicare cio’ che vedo, la principale tra le molte cose per cui sono cosi’ spesso rimproverato. Esiste sicuramente una o piu’ condizioni che non vorrei disintegrare, ma nemmeno i miei figli possono mettersi tra me e quello che devo essere.

3 ottobre 2003

Il primo turno al QG, a tentare di capire in quale stato siamo: le espressioni di Gabriele, sommate alle considerazioni di Catia di ieri, riportano alla mia mente le parole di Angelo, quando le comunicazioni tra di noi erano pulite ed efficaci, che definivano in modo non proprio favorevole il nostro modo triadico di affrontare le situazioni. Molte delle cose che in seguito mi sarebbero state estremamente utili erano già state espresse in quei momenti, se solo fossi state capace di capire. Oggi la descrizione di Gabriele corrispondeva a uno stato delle cose di allarmante insignificanza. Subito dopo che Zita mi ha confermato la sua disponibilità ad essere presente alle prove, Gabriele mi ha comunicato che Giovanni non poteve essere presente (matrimoni, funerali?)

3 ottobre 2002

(p.15): “…particle properties in string theory are the manifestation of one and the same physical feature: the resonant patterns of vibration – the music, so to speak – of fundamental loops of string”.

Greta sta imparando a mandare segnali, che corrispondano alla sua interpretazione dei segnali che riceve, come per esempio scuotere la testa da destra a sinistra e viceversa, e molta parte del suo tempo scorre nella pratica disciplinata di questi segnali. La corrispondenza può apparire inspiegabile ad un occhio poco attento, ma ho idea che molte di queste piccole parti si struttureranno in un linguaggio articolato, molto presto.

È evidente che la mia relazione con le persone ha urgente necessità di recuperare una struttura, è ovvio che molte incomprensioni sono mie per la gran parte, e che nessuna delle piccole bugie che uso per giustificare la mia assenza, o il mio disimpegno gioca a favore della ridefinizione della mia identità reale.