MERCOLEDÌ, 13 SETTEMBRE 2006

Moltissimi anni fa passai qualche anno a lavorare in una scuola, non di quelle qualificanti ma una scuola speciale in cui si tentava di dare una sistemazione civile a ragazzi disadattati.

Molte persone qualificate erano impegnate in quel luogo, la disoccupazione qualificata tipica della nostra regione li portava abbastanza naturalmente lì, ma ci si adattava, e qualcuno si affezzionava a quel progetto strampalato. Infatti si era abbastanza legati ed alcuni di quei compagni sono ancora persone molto importanti per me.

Oggi al bar mi si è avvicinato uno di loro, con una certa incomprensibile soggezzione, e mi ha chiesto di me e del mio lavoro. Io non ho mai lavorato davvero nella mia vita, non credo che passare la vita a leggere e scrivere abbia qualcosa a che vedere con la trasformazione dell’energia, ma quest’uomo, ormai maturo, mi ha confidato che gli consigliai di leggere Dostojevskj allora, di seguito ad una sua domanda particolarmente complessa, che da allora ne ha letti a centinai di libri che sono stati naturale conseguenza di quel consiglio.

Che l’unico tratto d’unione fra di noi sia l’autorità al di fuori di noi?

Sulla natura delle relazioni umane fuggevoli. Mi riesce sempre difficile comprendere la definizione corrente di “amico”. Mi pare una di quelle trappole sociali alle quali più difficilmente ci si sottrae eppure dalle quali l’esercizio di delusione e cinismo tipico dei nostri malumori è meglio nutrito.

Per me l’idea di una disposizione amichevole al vicino è sempre stata sufficiente, Le relazioni empatiche con colui che si trova ad essere il più prossimo mi sembrano importanti e profique, ma non troppo notevoli in effetti. Il resto mi pare la solita mitologia pseudosociale.

Il progetto di una rete di amicizie utili e fruttuose, che genera inevitabilmente una fioritura di aspettative esagerate, mi sembra proprio il semplice contrario dell’amore fraterno, quello che si genera è in qualche modo l’opposto dell’unità.

Ma il peggio, nella mia sempre più irrisoria esperienza, si trova nelle amicizie di lavoro: la complicità che si auspica quando si procede nella stessa direzione, verso lo stesso obbiettivo, è snaturata da una traballante familiarità che con questi obbiettivi non deve avere nulla a che fare. Non che io creda che il lavoro nobiliti, ma uno scopo comune è la vera generatrice di comunità, e non le bevute all’osteria (perdonate, le degustazioni all’enoteca).

Io sono un uomo vecchio, che non ha mai capito i suoi amici, ma mi farebbe un autentico piacere poter parlare di una comunità di intelligenze e di esperienze che sono unite dalla persistenza della memoria, appunto, comune. E mi piacerebbe in qualche modo assimilarci l’idea corrente di amicizia.

13 settembre 2004

On the stage, the “fall guy” is a trained pro who sets himself up to be knocked down by the superiority and wit of the front man. In some training establishments (not only theatrical) one learns to play “roles” and adopt the characteristics (physical, emotional & mental) of characters who are not naturally resonant with who & what we are. In the literature of various traditions one finds reference to “fall guys” of high attainment.

Sometimes these are referred to as “holy fools”, “fools for God” and/or “idiots”. We also find references to the “way of blame” where practioners of very high accomplishment attract to themselves the loathing, enmity & negativity of the world; perhaps by presenting themselves as perpetrators of unacceptable acts, perhaps by acts of “idiocy” and clowning. We can have very little knowing of what this might imply, or when it is taking place.

La responsabilita’ che accetto, nella mia relazione con gli estranei miei vicini, consiste soprattutto di una sorta di servizio civile. Mettermi al servizio di sconosciuti che non condividono nessuna delle mie sensazioni, sensi, principi, modi, ha un valore per me riconoscibile quanto il fatto stesso che non e’ questo il modo corretto di esprimersi. Perfino l’accettazione dell’impossibilita’ di esprimersi e’ parte portante del mio apprendistato: la responsabilita’ della gestione del patrimonio affidatomi.

13 settembre 2003

Acting as executive producer, producer, engineer, book-keeper, manager and creative director. Better I concentrate on creative direction.

Non e’ affatto facile vendere quello che vedo. La mia immobilita’ rimane profondamente creativa ma il primo a dover essere fermamente diretto da me stesso sono io.

Nella mia educazione rimane attiva la limitazione piu’ grande, per quanto io sia relativamente capace di focalizzare una visione e motivare un gruppo di persone a realizzarla, a farla entrare nel mondo, nessuna delle visioni avute finora direttamente implicano una bruciante necessita’ individuale di realizzazione.

Il servizio che intendo prestare riguarda solo il come e non ho un individuale motivazione al perche’ se non una non troppo chiaramente individuata necessita’ di denaro. D’altra parte i mezzi che il denaro mi procura non sembrano finalizzabili ad un autentico progresso creativo, anzi. Devo ricordarmi di non fare mai questo discorso in pubblico.

13 settembre 2002

Go placidly amid the noise and the haste, and remember what peace there may be in silence. As far as possible, without surrender, be on good terms with all persons. Speak your truth quietly and clearly; and listen to the dull and ignorant; they too have their story. Avoid loud and aggressive persons; they are vexations to the spirit.

La settimana finisce senza che io abbia davvero iniziato il lavoro nella stanza di Rocco, occorre fare molta ttenzione alla distribuzione del carico nel tempo. Non posso accettare la mancata esecuzione degli impegni presi. Anche se solo quelli presi con me stesso.