MERCOLEDÌ, 30 AGOSTO 2006

Occorre immaginare una serie di nuove forme con cui vivere la rilevante povertà che ci aspetta.

Nei miei paesi preferiti sono un uomo ricco, posso vivere e mangiare dove mi pare senza chiedere preventivi nè intaccare il mio stato generale, ma questa condizione è seriamente minacciata a casa mia, nel paese (l’unico) in cui si parla la lingua che sto usando.
Non ho particolari obiezioni su questo: non desidero che il mio reddito personale venga aumentato e nemmeno lo auspico per i miei figli, ma il deterioramento che questo reddito personale sta avendo implica un adattamento progressivo a condizioni (in parte) molto nuove.

Molti miei (ex) colleghi non si trovano nelle mie stesse condizioni. Semplicemente, in cinque anni, il loro reddito è raddoppiato, il mio si è dimezzato, insieme a quello di molti, molti altri.

Ho avuto la ventura di lavorare per persone molto potenti, le ho ascoltate e consigliate e ho appreso lezioni fondamentali molto, molto tempo fa: Se il reddito di una impresa non cresce, semplicemente l’impresa è destinata a dissolversi. Se le idee, anche quelle molto articolate, non producono nuovo reddito sono destinate a dissolversi nel campo di visione dell’impresa, e le deviazioni dalla cultura industriale sono considerate troppo pericolose per essere considerate utili. Ho preso le mie decisioni con un certo grado di coscienza (e di consapevolezza), con una certa fermezza e con poche deroghe da allora.

Mi trovo quindi di fronte ad una (molto comune) nuova condizione sociale. Poco male, la mia famiglia ha attraversato condizioni sociali diverse in breve tempo, ed il suo patrimonio si è azzerato due volte negli ultimi sessant’anni. Ho visto questi avvenimenti di fronte, li ho compresi ed assimilati, personalmente non ho paura e so cambiare disposizione velocemente. Ho anche l’esperienza di quanto perdere sia nutriente. Anzi è questa l’esperienza di cui intendo parlare.

C’è una curiosa dipendenza

Il mito dell’indipendenza non è uno dei più coltivati. Probabilmente nessuno di noi è mai stato indipendente: dipendiamo da chi ci dà lavoro, da chi amministra il nostro denaro, da chi ci nutre, da chi semplicemente cucina per noi. E non c’è nessuno che esercita un potere così spregiudicatamente come colui che ci porta da mangiare.

Ora, vivere come cani può essere una esperienza interessante, ma ci sono delle alternative: Cominciamo con procurarci la terra su cui vivere, senza nemmeno ancora parlare di proprietà, poi lentamente costruiamo la nostra casa, come sappiamo, come possiamo, magari senza tutte le raffinatezze cui siamo abituati. Abitiamola, popoliamo l’intera area, dissodando, usando le vere risorse locali, toccando ogni sasso e ogni arbusto.

Procurarsi il cibo non è difficile se siamo abbastanza lontani dall’autostrada, dalle antenne dei cellulari. Cerchiamo fibre utili per la tessitura, magari vendendo qualcuna delle verdure coltivate, immaginiamo filature e telai e tagliamo i tessuti, cucendoli.

Costruiamo la nostra chiesa nel tempo libero, e chiediamo l’aiuto del nostro santo preferito per passare l’inverno. Troppo? Io sono cresciuto in un posto così, dipendendo da mia madre, e voi?