LUNEDÌ, 07 AGOSTO 2006

Si potrebbe chiedere quale sia la qualità della nostra autopercezione ma preferisco:

Chi ci crediamo di essere?

Ciascuno di noi lavora alla costruzione di una identità, fin dal primo momento, tentando di stabilire quali siano i confini del proprio corpo, delle proprie estensioni, delle proprie conseguenze. Tentiamo anche di stabilire una comunità, fondata naturalmente su attenzione ed amore per il prossimo, dal quale traiamo indicazioni, specificità, ordine. Ma in realtà siamo solo quello che riusciamo a ricordare. La percezione di quel che crediamo di essere consiste di una capacità digestiva delle impressioni che riceviamo dal nostro ambiente. Il quale ci suggerisce in ogni modo le formalità di espressione, oltre che di percezione, del nostro essere immaginato. E, Naturalmente, le determina. Culturalmente, anche. Ma ciò che rimane è quello che riusciamo a ricordare.

La memoria è un insieme di impressioni, di interpretazioni, di immaginazioni. Chiamiamo memoria di noi stessi l’insieme di questi elementi che vanno a costituire una, non troppo complicata, immagine di quel che possiamo ragionevolmente credere di rappresentare, quella che tecnicamente è possibile ricordare, quella che riesce ad essere contenuta nella nostra particolare definizione di essere umano, di moderno occidentale, di componente la società civile.

Per partecipare alla società, la grande famiglia di cui possiamo pensare di essere parte, adottiamo personaggi diversi, secondo la nostra interpretazione della trama, facciamo del nostro meglio per vestirci in modo appropriato, manifestare sentimenti profondi, organizzare ragionamenti e discorsi adatti al contesto. Siamo di volta in volta figli, allievi, protagonisti, amanti, a nostra volta genitori. Ed il nostro speciale modo di ricordare ciò che è già stato, in particolare ciò che si ripete, costruisce, definisce, ricostruisce, ridefinisce il nostro mondo ogni giorno, dopo la pausa del sonno.