giovedì, 29 giugno 2006

Non ho più amici nuovi da anni, nemmeno ho vecchi amici. I miei amici si occupano d’altro, di sè stessi e delle loro ragioni, si occupano di dare sostanza alla loro vita, e fanno bene. Non sono stato abbastanza attento a procurarmi nuovi amici, non ho ascoltato le loro ragioni, non ho soddisfatto le loro richieste. Non ho nemmeno visto molte disposizioni amichevoli in realtà, nè mi sono curato di rendere vistose le mie. Non ho prestato il braccio a chi voleva accompagnarmi a conoscere un po’ di gente, non ho badato a chi mi prometteva una maggiore accettabilità sociale.

La verità è che le storie che racconto non sono belle, non sono piene di promesse, non contengono rassicurazioni e convenevoli, non sono ideologicamente confortevoli. Insomma non sono una persona amabile, perchè dovrei essere ricercato?

Esistono due tipi di rapporto, senza parlare dei legami di sangue o di quelli spirituali: quello di lavoro e quello sessuale.

Ho una grande inclinazione per il primo, considero i colleghi molto più importanti degli amici, li considero fatti della stessa sostanza di cui sono fatto io, considero la loro direzione coincidente con la mia, considero il frutto del mio lavoro loro. Ma i miei progetti hanno un fine, uno scopo, un obbiettivo. E finiscono, si esauriscono, muoiono. La mia unica speranza è che un progetto sia completo, almeno concluso, soffro se finisce soltanto. Ma comunque questi progetti finiscono. Se non ci vediamo per diciotto mesi faccio fatica a conservare la memoria, che deve quindi essere ravvivata in modo indotto, quasi innaturale. Ma non diventiamo vecchi amici.

Ho una inclinazione molto minore per il secondo, che ha davvero disturbato la mia vita quanto l’ha arricchita. Ho fatto uno strano errore, ho prestato il braccio a chi me lo chiedeva, a volte erano agnelli mentre a volte invece erano veri lupi, e nemmeno travestiti bene. Rimane una ferita nella mia esistenza, anche se la mia coscienza è immacolata, e molta della mia aridità credo sia dovuta a questa esperienza. Sono perfino stato accusato di abuso e niente, davvero niente è stato più incomprensibile per me.

Ma rimane la mia indifferenza per l’amicizia, che molto più che un sentimento considero soltanto una convenzione qualunque, simile a quella che molto spesso si instaura fra maestro e allievo, o addirittura tra coatto e ufficiale. Rimane una certa perplessità per quanto questa finzione sia ostentatamente sopravvalutata e galleggia sul fondo una profonda amarezza per l’acredine che inevitabilmente le amicizie (altrui) alla fine producono.