martedì, 30 maggio 2006

Un profondo inchino a mastro Fripp, che a proposito di momenti creativi ci ha suggerito che c’è qualcosa da imparare, dalle sue note a commento di una frase di Eric Dolphy, 1964:

“When you hear music, it’s gone… lost in the air… you can never capture it again.”

The very attempt to capture a quality, as if it were a thing & material object, prevents it being “captured”. A quality escapes our attempts to pin it down. Rather, when we abandon the attempt, and enter the moment, the situation has just changed: the moment becomes available to us. The question is then, are we available to the moment? This is a practical question, and available to practical answers.

A moment may be transitory, brief if measured by the clock; but a qualitative experience takes us into the eternal. Like, do we remember the first embrace with our Love? Do we recall the opening notes of … (enter a title of your choice). Even, how can we forget a passing smile of a Mother’s love?

So, what do we do to remember a moment which is, in its nature, ephemeral? There are techniques, and forms of practice, to help us develop a deeper relationship with transitory events. Exceptional events, which present themselves unbidden, impress themselves upon us, regardless of our practice or experience. A qualitative experience, an entry into creative time, by definition puts us into a different relationship-in-time with the moment.

The fragility of the creative moment, its delicacy & vulnerablility, its richness only-to-be-held by letting it go, is a tragedy of the creative life; and also what makes it real. So, a reformation of the statement…

When you hear music, it’s arrived, and present in the air… you can never capture this moment, and it will never return. But the quality of this moment is eternal: you may embrace it & carry it with you, as it is also embracing & carrying you.

Un sentito ringraziamento a Moni Ovadia, testimone di un modo di sentire italiano che in Italia non esisterà che ancora per qualche mese, immagino.

Dal “Piccolo” di Trieste, introduzione a “Tornaconti” di Francesco Magris

L’economia, il più esteso dei territori in cui la collettività e l’individuo organizzano il tempo della loro esistenza, nell’epoca della globalizzazione si caratterizza per la sua vocazione imperialista a estendere i propri confini e a invadere territori altrui. Per gli economisti, l’economia è anche una scienza o, per essere più precisi, pretende di esserlo senza tuttavia peritarsi di rispondere ai requisiti sperimentali ripetibili che garantiscano il rigore delle sue assunzioni e senza doversi accollare le responsabilità che un siffatto approccio comporta. L’attuale pensiero economico dominante, in questa prospettiva, può collocarsi in una dimensione acritica e metastorica.

Il linguaggio autoreferenziale fatto di modelli metodologici matematici di cui si serve, al di là della forma è ideologico e presuppone una divinità assoluta: il libero mercato. La mercatolatria, ideologia sopravvissuta al crollo delle ideologie, è paradossalmente l’ultimo residuo di una mentalità stalinista. Così come il dittatore georgiano pretendeva che il partito avesse sempre ragione, i ragazzi della scuola di Chicago pretendono che il mercato abbia sempre e comunque ragione.

Non si interrogano nemmeno più se abbia ancora senso parlare oggi di libero mercato nel senso in cui lo intendeva Adam Smith e se sia ancora lecito definire concorrenza in un libero mercato un sistema dominato dalle corporations, che non chiedono ai governi di vigilare sui lassez-faire ma piuttosto di assicurare loro scandalose condizioni monopolistiche per la massimizzazione iperbolica dei loro profitti. Non si pongono neppure il problema delle condizioni in cui il linguaggio di cui si servono abbia senso e preferiscono affidarsi all’imperialismo della metodologia economica.