lunedì, 22 maggio 2006

Non è necessario essere degli imbecilli per comunicare il falso, però aiuta.

Quando affermo (sconsideratamente) di essere un consulente di comunicazione, è come se dicessi che sono un pilota, o un artista, non si capisce cosa voglio dire ma sembra una gran cosa.

Io intendo dire che sono in grado di individuare i modi di comunicazione più adatti ad un certo discorso, ad una strategia, sono in grado di coordinarli, integrarli, ottimizzarli. Ma non è affatto facile comunicare di cosa si tratta a chi sull’argomento è confuso.

Sembra pazzesco ma è così, tra le tante cose confuse tipiche dei nostri tempi, le più confuse sono le più importanti: la chiarezza di visione necessaria per vedere l’impresa da compiere e la capacità di comunicare questa visione a chi ci aiuta a realizzarla, a farla crescere, a compierla.

Da ragazzo ho studiato la teoria e la pratica della comunicazione visiva, che ho integrato in seguito con la teoria e la pratica della comunicazione verbale per potermi dedicare alla mia passione più profonda: la comunicazione sonora. Allora la distinzione tra i modi era chiara, c’era una accademia in formazione, ma molto autorevole.

Se Bruno Munari era in grado di analizzare i meccanismi elementari con una forza di suggestione sufficente per intrigare ogni adolescente di belle speranze, immediatamente dopo questa accademia si scopriva frequentata da ottime menti, Ettore Sottsass ma anche semplicemente Armando Testa e Gavino Sanna.

Per noi la lezione fondamentale era quella di Adriano Olivetti, imprenditore eccelso, che per quanto riguarda la comunicazione era senz’altro paragonabile a Enrico Mattei per quanto riguardava la metodologia di corretta Visione. La loro visione ideale era appunto questo, un ideale su cui fondare una accademia intera. La distinzione, ripeto, era precisa:

C’è la pubblicità, l’insieme delle tecniche di suggestione, non necessariamente occulte, di persuasione e di comunicazione del perchè mai si dovrebbe acquistare un prodotto non posseduto prima di allora. Allora si parlava soprattutto di beni accessori, ma per i servizi è lo stesso.

C’è la propaganda, in cui si esagera in modo controllato a proposito dei benefici che eventualmente derivano da un possesso, una pratica, un accesso. E c’è infine la manipolazione, indiscreta, incontenuta, illegale. Nessuno, in accademia, è confuso.

Adesso ci troviamo di fronte alla radicalizzazione, quasi ad una reificazione del linguaggio: La pubblicità, la comunicazione di impresa, l’intero sistema pubblicistico funziona poco, è considerato ingenuo, inefficace, inattuale.

Perchè la propaganda non è affatto più considerata cattiva fede in sè, non è più cosa da autocrati mediocri che mai potrebbero ragionevolmente, ed in buona fede, affermarsi. Essa è considerata necessaria, per quanto sopra le righe e grottesca.

Si precipita in un attimo nella pratica illegale, ma la materia resta la stessa, gli esperti restano gli stessi e questi ultimi, a rischio di impiego, possono solo mettersi al servizio della pratica comune, quella in cui beni e servizi del tutto superflui, impresentabili e probabilmente pericolosi per chi li fabbrica, li presta e per chi li usa, sono presentati altrimenti.

Di questo consiste la manipolazione ed io conosco persone che si presentano come consulenti di comunicazione e sostengono (alle cene fra pari) che tutta la comunicazione è manipolazione.

Che tutta la forza appresa in questi cinquantanni di buona pratica serva (giustamente) a svuotare i magazzini di questa bottega irrisoria che gran parte del paese è diventata?

domenica, 22 maggio 2005

Una splendida giornata di sole che contiene, semplicemente in sè, il germe di ogni possibile speranza. La mia educazione consiste principalmente nella capacità di sopportazione del dolore, in particolare quella di un ambiente continuamente ostile. Devo perfezionarla naturalmente, insieme all’altra profonda necessità degli appartenenti, veri, al genere umano: la sospensione del giudizio.

22 maggio 2004

Finalmente ci riesce questa visita a Venezia con i bambini, la prima volta per Ferro, e ce la caviamo bene in questa luminosa giornata finche’ il sole non sale troppo e ci rende piu’ affaticati. Un passaggio attraverso S. Barnaba e la Toletta, indietro verso S.Polo e S. Giacomo per mangiare alla Zucca, tentando un approccio conosciuto che si rivela piuttosto deludente.

E poi a Rialto, verso palazzo Fortuny per una mostra di Anton Corbijn che non mi svela nulla di nuovo essendo organizzata da Marco Puntin, ancora in fondo verso il grande ponte dell’accademia, che vedo cosi’ poco da poter essere una sorpresa per me come per Greta, che vede il canale dall’alto e le sembra grandissimo.

Lenta e gradevole, la procedura di rientro non contiene scossoni ed io vorrei soltanto che la nostra vita continuasse cosi’. Sembra che Ferro sia capace di divertirsi e di divertire tutti tranne sua sorella che non riesce sempre ad essere serena con lui. Che Dio la protegga.

22 maggio 2003

Giornata intensamente trascorsa al QG, dove il capo lascia spazio ad ogni sorta di possibile connessione con chi, al di la’ di ogni immaginazione mi considera un boss. Rischi e fastidi della celebrita’. La battuta del giorno e’ senz’altro:
La grande divisione: la mia immagine pubblica prima e dopo Luxa.

Lunghe conversazioni con Silvia Zafret, Fabio Mini, Marco Castelli e fine serata in un nuovo locale cui si rivolge spesso patronato, capisco, insieme a Vivoda, ottimo personaggio di teatro, ennesimo residuo degli anni settanta ma pieno di esperienza e fatto insolito, di energia. Lunghi anni passati a Parigi o la splendente giovane ragazza al suo fianco?

22 maggio 2002

Una giornata davvero breve oggi: la mia memoria torna al GC per ricordare momenti così sfuggenti. Non so se si tratta di distrazione assente o di sovraccarico di informazioni ma probabilmente le due cose si possono sovrapporre, è singolare come questa settimana sia passata molto in fretta.

La mia attenzione sorvola zone fuori dal tempo e probabilmente dovrei evitare. Oscillo fra una ostentata sicurezza, indispensabile per un pover’uomo che deve trovarsi un lavoro di tono, e la chiara profonda, definita sensazione di nullità, indispensabile per un pover’uomo che non ha più nessuna dignità illusoria da difendere.

Finalmente l’episodio II, l’attacco dei cloni: primo estratto citato a memoria “l’attaccamento, il possesso, sono proibiti ad uno jedi, la compassione, l’essenza vera dell’amore universale, è ciò in cui viviamo immersi e verso cui siamo spinti”.

Joda, il mio maggiore eroe cinematografico di tutti i tempi fa una discreta fatica affondato nel più sfavillante, impressionante, stucchevole ed inutile dispiegamento di mezzi visto fino ad oggi (n’est-ce pas msieur Spielberg?).