16 dicembre 2005

La mia immaginata ultima giornata a NY e’ una giornata di sole e ci muoviamo insieme a Giulia per una tarda colazione a NoLiTa. La chitarra di Greta e’ qui, bianca e splendente, davvero molto bella.

Attraversare SoHo piu’ tardi, quando possiamo sbottonare le giacche finalmente, e’ davvero un grande piacere e tutta la questione del vagare casualmente acquista una qualche dignita’ se non proprio un senso. Insomma quella che doveva essere una giornata di riflessione diventa rapidamente, e gradevolmente, una delle giornate piu’ serene di questo soggiorno.

Eccetto che ho un aereo stasera. Il progresso attraverso l’acquisto di qualche regalo, la scoperta di alcune nuove prospettive che solo il sole riesce a permettere e un leggero pranzo in un pub irlandese chiudono in modo proprio questa visita.

Ma non riesco a partire, il tempo per sistemare i bagagli, voluminosi e complicati, al check in non e’ sufficiente, la mia nota incapacita’ a sbrigarmi ormai e’ sulla via del non ritorno e siccome all’aeroporto sono solo, il volo se ne va senza di me. Dopo un momento di confusione la serenita’ della giornata riprende a riempire lo spazio e poco dopo sono di nuovo da Rocco e Giulia, che ridono.

Ben poco da ridere avra’ Stefania, che ha dovuto spostare cose e persone per venire a prendermi domattina, solo per questo meriterei una diffida dal viaggiare di nuovo da solo. Cosa volete, sara’ l’eta’ ma molto di piu’ puo’ la mia incapacita’ di stare al mondo: le cose vanno in un modo diverso da quello che immagino io.

La serata in casa pero’ vale davvero la pena, lunga com’e’, perche’ devo aspettare un’ora decente per avvisare Stefania, la usiamo per parlare un po’ di cose intime ed autentiche con questi due ragazzi che devono pur guardarmi bene qualche volta, senza eccessive indulgenze o incomprensioni.

Scopro che non ci sono cose dette a meta’, ma qualche cosa non detta affatto c’e’, le domande di Giulia e le risposte di Rocco sono illuminanti senza che Rocco debba perdere la sua naturale riservatezza, e forse qualcosa, per la prima volta, si e’ rotta anche fra me e lui, lasciandoci un po’ di spazio per guardare.

Chiamata Stefania quando per me sono quasi le due di notte, rimane solo l’ipotesi di godersi quello che rimane della notte e della vera ultima giornata a NY che sara’ domani.

16 dicembre 2003

Ancora sole splendente e la mia forma NY sta delineandosi. Un po’ più di calma stamattina a far colazione e in linea, la veranda di Starbucks è un posto in cui le ore passano molto velocemente e sono meno ansioso di mangiarmi la città.

La destinazione verso uptown sarebbe il Guggheneim museum, ma in realtà la velocità è scarsa e, dopo aver visitato Giulia in una galleria piena di vetri muranesi e altro, ripieghiamo su Central park, parte integrante della forma energetica di questa città come ogni altra.

La cosa che meglio ho notato oggi è la discontinuità, anche zonale, fra estrema ricchezza ed estrema povertà, che magari ai miei occhi può apparire anche perchè a pensarci non è affatto strana, ma vista da vicino questa disposizione ha un che di irreale, come se i mondi non si toccassero affatto, eccetto che, tutto sommato, mi pare molto facile passare da uno all’altro.

Rocco parla molto volentieri, e non è difficile capire quello che dice, la sua frustrazione prende la forma di una certa sovraeccitazione, come se dovesse dimostrare qualcosa, forse soprattutto a me, e gli toglie quella tranquillità che potrebbe aprirgli tutte le porte. La sua bassa autostima, come direbbe uno psicologo da due soldi in televisione, potrebbe togliergli il luminoso spazio che merita, eppure basterebbe trovasse un po’di fiducia.

Magari in me per primo. Dopo un pranzo decente dai messicani cinesi delle Hawaii andiamo di corsa al centro Apple per un corso Photoshop al quale partecipa un buon numero di persone che non si trovano per caso nel grande negozio.

La mitologia della mela ha un numero impressionante di appassionati qui, un’altra connotazione etnografica che condivido cosi’ facilmente, e la zona in cui il centro si trova è popolata in modo significativo ed attrente: SoHo, la configurazione urbana che per prima ho capito, guardando queste strade e questi loft sulle riviste e nei film, alla fine degli anni settanta, quando venire a vederle di persona avrebbe avuto un’altra portata, per me e anche per la città stessa.

Space untitled, un loft da manuale di architettura un po’ fuori moda ci accoglie infatti appena fuori dalla porta, e seduto su un divano arancione con la mia tazza di cartone in mano respiro un sentimento che non è secondario in questa visita.

Ho anche il sospetto che visitare questa città vent’anni prima avrebbe reso la mia vita piuttosto diversa, ma non necessariamente migliore: una buona sensazione di pace, mentre il buio ha avvolto tutto. La presenza di Giulia, naturalmente, rende l’atteggiamento di Rocco un po’ differente, la ragazza non ha solo bisogno di molte attenzioni ma le pretende proprio.

Scendiamo lentamente, a piedi, verso il village e senza passare da casa ci fermiamo a prendere una ottima zuppa giapponese per compensare lo stress e la tensione di una giornata immersa nella cuspide fra Times square e il vuoto. Giusto un’ora in cui lascio Rocco e Giulia a giocare a biliardo e me ne vado al Virgin megastore, pieno di sorprese che non acquisto, e possiamo anche dormire, senza pensieri affannati.

16 dicembre 2002

Comparison with others is a mark of the fool.

Come ci si deve regolare nella percezione di sé stessi? Si può tagliare corto immagino, affermando che prendiamo troppo sul serio la percezione di noi stessi, ma temo che la percezione di noi stessi rimanga una priorità. Voglio dire: non riesco a percepire definitamente me stesso se non guardando negli occhi di un altro, come faccio a considerare “reale” ciò che sento di essere e un altro non vede, non sarà che quel che si vede è piuttosto diverso da quel che si pensa, si crede, si dice, di vedere?