martedì, 22 novembre 2005

“Never doubt that a small group of thoughtful, committed people can change the world; indeed, it’s the only thing that ever has.” Margaret Mead

E’ infine piuttosto sorprendente quanto poco spazio nella mia vita sia dedicato all’allusione ai fenomeni musicali, alla percezione cioè di qualunque fenomeno in quanto musicale, cosa per la quale sarei anche vagamente qualificato. Nella realtà mi riesce sempre meno possibile farlo, proprio nella misura in cui questo fenomeno mi impressiona profondamente mi riesce più difficile parlarne.

Ho esagerato in passato, l’analisi e la risintesi delle mie passioni più grandi ha toccato alcuni pericolosi vertici quando si è trattato di sistemizzarle, proprio per rendere comunicabili le mie osservazioni. C’è stato un momento in cui mi si è chiesto di formalizzare quello che secondo me è il fenomeno psicoacustico.

Da questo insolito modo di procedere ho ricavato uno speciale disincanto, quasi una nausea relativa al fatto che di materia così amata si trattava: da non poterne parlare più. Ne riemergo ora, forse, con una disposizione più funzionante, più utile, certamente più matura. La musica, o meglio la produzione discografica alla quale sono esposto di recente contiene una molto minore disponibilità al mercato, alla richiesta pubblica anche di nicchia.

Probabilmente si tratta del risultato di una frantumazione eccessiva dello stesso mercato, molte sono le cause, che ha prodotto una sospensione del giudizio, anche autocensorio, da parte dei produttori di suono organizzato. Questa è una condizione migliore per me, senza riserve. Ma non è affatto più facile parlarne.

Dietro l’angolo c’è una eccessiva personalizzazione del panorama che mi si pone davanti agli occhi, una eccessiva indulgenza nel vedere solo quello che voglio, della quale non mi dimentico. Mi rimane la possibilità di godere un ambiente cangiante e sfuggente ogni descrizione conclusa, un meraviglioso giardino in cui le piante non possono essere catalogate perché in continua mutazione.

Mi viene in mente una formidabile meditazione di Jon Hassell mentre pensava al modo corretto per parlare di Bitches Brew, in cui usava il giardino, per lui naturalmente lussureggiante e caotico, come immagine di riferimento. Non saprei più parlare di musica, e nemmeno di dischi in un qualunque linguaggio convenzionale.

Rischierei senz’altro di essere troppo vago, e invece trovo che ci sia bisogno di un linguaggio estremamente preciso nell’affrontare questa meravigliosa vaghezza contenuta nei suoni che amo oggi. Intendo assumere questo colossale impegno della ricostruzione di un linguaggio adatto, mi ci vorranno trecento anni.

22 novembre 2003

Una specie di ritmo oscuro, minaccioso ed insinuante, mi segue attraverso la campagna veneta su cui corre la ferrovia. Sento che dovrei imparare qualcosa da questo sentimento, solo che mi sfugge qualcosa.

Ho bisogno di amici che non tremino, amici puliti ed indipendenti, proprio quello che non ho, e che probabilmente non merito. Ma una nuova sensazione emerge: quella per cui le mie responsabilità inedite ed inaspettate sono lì, che aspettano un po’ di lucidità da parte mia.

Dei molti errori compiuti alcuni mi spaventano particolarmente e sono quelli commessi ad ascoltare Gabriele che non sembra rendersi affatto conto di come stiano le cose. Spero in un inverno migliore di questo autunno ma questo momento di esposizione pubblica probabilmente mi penalizzerà più di quanto mi favorisca. Che Dio ci protegga.

22 novembre 2002

Debate is adversarial: there is only one winner.
Dialogue is contingent upon critical engagement in a spirit of goodwill. We all win.

La mattina prestissimo parto con Toni per Padova, ha una giornata di congresso sulle procedure per la qualità in azienda, e arrivati a Mestre mi lascia all’inizio di via Miranese. Credo di aver raggiunto il massimo grado di povertà degli ultimi dieci anni, sembra essere questo il risultato delle mie progressive strategie professionali. Penso spesso in questi giorni all’infernale trio, ma non ho un particolare risentimento, è solo che mi vengono in mente, come rospi in una favola.

Forse come li ricordo non sono mai esistiti, oppure come penso qualche volta guardando i ricordi di Stefania, accadono cose, nella nostra vita, di cui non siamo mai stati consapevoli, né lo saremo mai. Penso spesso anche ad Anna Adriani, l’unica persona della banda della quale in qualche misterioso modo avverto la mancanza. Sono un po’ dolente oggi, ma questa pioggia fa marcire tutto. È davvero una bella stagione.

Remain in hell without despair.