22 luglio 2004

Il senso di inutilita’ della mia presenza in ufficio ha un nuovo volto oggi. Basta cosi’ poco per rendere davvero troppo irrisorio questo mio ennesimo soggiorno forzato. Nessuno mai si sente di rimproverarmi per la mia presenza qui, una delle poche cose per cui non mi rimproverano in questi anni difficili, ma avverto nondimeno il grande pericolo che sto correndo perfino stando cosi’ nascosto. La chiave e’ davvero il mio non-farmi notare, mentre svolgo le mie non-funzioni da sorvegliato speciale, ma c’e’ un limite di inattivita’ che non posso e non devo e non voglio superare. Per quanto l’intera mia esistenza dipenda da questo isolamento inattivo non so immaginare per quanto possa ancora protrarsi senza che a qualcuno venga in mente di danneggiarmi di nuovo. La differenza con la mia vita anteriore al 30 aprile 1999 consiste tutta nella mia nuova, ingestibile ipervisibilita’, prima di quella data la mia inattivita’ forzata era controllata e bilanciata, adesso risulta impedonabile. In realta’ la differenza e’ anche materiale, ma questo e’ del tutto secondario, improvvisamente tutto quanto si trovi intorno a me e’ notevole.

22 luglio 2003

More words beginning with d this time – dread, despondency, despair, dispirited, disheartened. But not depressed.

Ho una forte sensazione di minaccia, stamattina, a certificare l’importanza dei miei esercizi mattutini, e della loro assenza in questo momento. Tutto il mondo sembra diventare solido, importante, minaccioso se lascio per un momento il contatto con quella che credo sia la realtà. E tutto sembra pesante, vischioso, soffocante, mentre attraverso queste autostrade piene di traffici e movimenti e transporti. Ah, la vita di cui abbiamo bisogno ha una forma così differente da questa, così tanto più luminosa.

Vado a Trieste e ci metterò come sempre un giorno intero a riprendermi.

22 luglio 2002

Uno sguardo agli annunci sul giornale stamattina la prima cosa, dopo che sono passati tredici mesi dalle mie dimissioni da Luxa, tredici mesi dalla fine della mia vita pubblica, così breve e illusoria, e non riesco a ricordare nulla che tredici mesi fa già c’era. Così buffo affrontare questo mondo fluttuante ed inconsistente che mi trovo davanti agli occhi, un mondo così uscito di senno da sembrare esattamente quello che è: puro, liquido, inessenziale, imperscrutabile scuotersi di vele al vento, che scivolano via senza travolgere proprio nessuna cosa reale.

La mia nuova relazione con il mio operato nel mondo è cambiata, leggermente ma definitivamente, dopo un sogno chiaro e preciso che ho avuto stamattina e dal quale mi sono svegliato alle quatto in punto: la fisionomia, il carattere, la qualità e l’apparenza del personaggio che interpreto erano ben chiare di fronte a me, e la pena è stata immensa. La cosa maggiormente comprensibile è che quello che ho guardato muoversi stanotte, il suo sguardo e le sue movenze, erano quelle che normalmente, anche se in modo inconsapevole, di esso si percepisce. Ringrazio per la dolorosa scoperta e continuo.

Words alone are not enough, although words are considerable: they are actions, after all. “I’m sorry” is only the beginning of repairing a process set off course by error, of returning that process to its dynamic equilibrium and “forward going” motion. Anthropology reports examples of “traditional” communities that go to great lengths to settle & reconcile situations where offence has been given. Where this fails, in some societies the vendetta looks for redress, without much success it seems. So, in accepting the apology presented I gave up my right to seek redress from the “offender”. I did not undertake to absorb all the responsibilities & repercussions generated by their actions. That is, I was prepared to do my own work; I was not prepared to take on theirs (in some situations, it would be otherwise).