11 giugno 2004

Particolarmente vuota la conclusione della settimana, nella luce evanescente del cielo che muta di continuo c’e’ un ricordo preciso, attraverso tutta la mattina, degli ultimi momenti di appartenenza a Luxa, in quelli che sembrano quarant’anni fa, ed un pensiero altrettanto preciso: il principale difetto e’ stato di comunicazione interna, con una serie di responsabilita’ equamente condivise da proprietario, amministratore delegato, mestesso ed il demonio.

11 giugno 2003

Oggi pensavo di incontrare Giovanni, pensavo di associarmi a lui nella sua impresa e semplicemente assisterlo nel completamento della sua direzione, collaborando per la riuscita. Non è stato così, nessuna richiesta di questo tipo era presente. Invece sono stato uno spettatore, attento ed invisibile, proprio come è sempre stato, senza alcuna capacità di connettermi con chi guarda in modo diverso le stesse cose.

Insieme ad un caro amico, che si cura e si interessa a me, anche in questa situazione la mia presenza è difettosa, incerta.
Ma la serata ha avuto un buon esito, a tratti ottimo, e la cena a seguire è stata una opportunità per tentare un nuovo approccio pubblico in mezzo a persone familiari, disponibili, attente, dopo tanto, tanto tempo.

11 giugno 2002

Ne ho parlato per un po’, a più di una persona, e chissà cosa intendevo. Ho chiesto di lei, di una piccola ragazzina di cui ricordo così poco, una domenica pomeriggio al cinema, un lenta passeggiata invernale intorno al maneggio, al Lido di Venezia, nell’inverno lentissimo che ho passato lì.

Mi ricordo che mi aveva aiutato a pulire la cucina, con cura ed attenzione, come se tenesse a me, e vicino a noi c’era Roberta, come un soffio leggero il ricordo di lei mi ha preso, e ho chiesto di lei. E oggi se ne stava in bicicletta, con la sua piccola bambina, niente affatto persa nel suo piccolo mondo, e mi sono fermato, l’ho fermata, e lei ha parlato con me. Una intera vita che ho trascurato di raccontare.

Se potessi raccontare la vita che non ho vissuto, saprei cominciare meglio di così. Parlerei di quell’inverno, triste e solitario, in cui mi sono reso conto di essere di nuovo solo, e felice di esserlo. Abitavo in una casa per cui qualcun altro pagava l’affitto, oscillando confusamente fra un lavoro che non mi importava molto di fare e lunghi pomeriggi senza parlare con nessuno.

Incontravo persone che non potevano fare nulla da sole e che spaventavo un po’: ecco forse era davvero questo il punto, erano un po’ spaventate. E ce n’era motivo, io non so davvero dire in quale mondo stessi vivendo, in quale foglia interna del sistema chiuso che chiamiamo il nostro mondo, né avevo la minima capacità di parlarne peraltro. C’era motivo di essere spaventati. Io certamente avrei dovuto esserlo. E forse dovrei esserlo adesso, spaventato, e molto di più.