4 giugno 2004

Lascio i bambini da soli per rientrare, solo per qualche ora, in ufficio. E’ abbastanza evidente il limite serio di intelligenza e mobilita’ di mamma, che ho lasciato per la prima volta da sola con tutti e due i bambini. Non mi sembra di vedere invece nessun disagio in loro stessi, che visitati da Rocco si ritirano un po’ in un riservato silenzio, specie Greta che pure stravede per lui. Questo provoca uno strano imbarazzo nel loro fratello grande che si trova cosi’ facimente a commuoversi con loro.

Chissa’ quanti anni ci metteremo tutti per comprendere a fondo le complesse relazioni che ci sono fra le nostre vite, per ora mi sento molto bene a fare il padre di tutti ma certo questo significa una cosa molto diversa per Rocco. Lui si avvicina all’eta’ in cui io ho cessato di essere il figlio di un uomo vivo, e non so quale sara’ il nostro rapporto futuro. Per ora lui sta tentando di accettare il fatto di essere uguale a me, poi superera’ anche questo. Spero solo che riesca in fretta a smettere di essere schiacciato da una personalita’, la mia, che probabilmente nemmeno esiste piu’. Libera nos Domine.

4 giugno 2003

Una indecifrabile, attivissima calma riempie questi giorni così roventi, come se ogni cosa intorno a me sapesse cosa fare, come comportarsi. Questo mi suggerisce Greta con la sua capacità di godersi la vita e di non tollerare disturbi. La bambina non ha nessun senso dell’impossibilità, fonte di ogni tristezza: mi pare già di sentire ogni voce che le ripeterà quanto sia impossibile realizzare le capacità dell’immaginazione.

Ma ora lei attraversa muri e compie balzi immensi. Se l’acqua la sostiene, e questo lei sperimenta, perché non gettarsi senza alcuna considerazione per la profondità della piscina. Se casco dal sonno perché non dormire qui, ora, in mezzo al traffico. Se ho sete perché non bere l’acqua nella quale sono immerso?
Un estenuante ritorno, attraverso le tangenziali, occorre immaginare un percorso migliore.

4 giugno 2002

Una giornata scivolosa, indeterminata, inafferrabile. Apprendo ora della morte di Elemire Zolla, forse il primo importante maestro alla cui dipartita assisto. Tagliando e cucendo dalle sue opere:

Tradizione: “il linguaggio delle idee senza parole”,

“l’architettura archetipica che regge, in una coerente unità spirituale, i simboli delle religioni e delle culture d’oriente e d’occidente”,

“al di sotto delle differenze fra le culture, che animano gli incontri, le mediazioni e i conflitti di quella che chiamiamo storia delle civiltà, esiste una metafisica unitaria, una ‘filiosofia perenne’, per dirla con Leibniz, che, come un fiume carsico, attraversava i saperi e le credenze degli uomini delle varie epoche e delle diverse regioni del pianeta. Questo sapere, antichissimo ed originario, la cui eco si avverte al fondo di ogni grande sistema di pensiero dell’umanità (religioso, mitologico, filosofico, artistico), si contrappone all’ideologia tecnico-scientifica della modernità. Se il mondo moderno si regge sui dualismi costitutivi di soggetto e oggetto, di intelletto e sentimento, di mente e di corpo, di spirito e di materia, ma anche su quello, centrale, di razionalità e irrazzionalità , ecco allora che la filosofia perenne si propone come dissoluzione di tutte queste separazioni, come supremo sapere della ricomposizione e della riconciliazione”.

“la dualità di ragione e irrazzionalità che, dal tempo dei primi filosofi Greci attanaglia l’Occidente, ha prodotto innumerevoli danni alla nostra cultura. Il più grave, forse, è stato quello di far diventare l’uomo occidentale sempre più prigioniero della sua soggettività e del suo ‘ego’, rendendolo incapace di varcare le frontiere dell’individualità per entrare in contatto con l’essere autentico che lo fonda. Invece, questa esperienza è ancora concessa all’uomo delle grandi religioni orientali, come il buddhismo e l’induismo, dove viene insegnato e praticato il superamento della condizione di conoscente, conoscere e conosciuto, dove l’io può congiungersi e infine fondersi con l’universo.”

“‘la mente naturale’, che il sapere della ‘filosofia perenne’ insegna, è la condizione mistica che consente all’uomo di raggiungere uno stato di abbandono simile al confine evanescente fra la veglia ed il sonno”,

“alla fine del percorso iniziatico del sapere tradizionale, solo l’attenzione è viva, mentre le superstizioni e le leggi che dominano nella morale e nell’ordine dei fenomeni svaniscono nel pulsare ritmico della vita, nell’unità del Tutto”.

“unica base della ragione è la comunanza tra chi osserva e ciò che osserva”.

“la felicità completa altro non è che una condizione animale, perché l’animale ha una esperienza interiore più schietta dell’umana e, quando subisce lo scatto della furia, non se ne compiace. Non rivanga né rimesta il carico dei ricordi, né fantastica. Dell’esistenza rappresenta l’essere che la fonda, il principio e la fine.”
E un ringraziamento a Andrea Tagliapietra, che cita meglio di me.