8 aprile 2004

Ancora molto stupito per il radicale cambio di scena, di luce, di colore, avvenuto allo scadere del trimestre, mentre divento trasparente come l’aria, spero per tutti, come auspicavo. La meditazione si svolge tutta qui, sulla realizzazione istantanea, definitiva di cio’ che chiedo, quest’anno nell’ordine: di essere regolarmente ingrado di pagare le spese, anche se per ora solo alcune, di avere un po’ di spazio per me, di non essere coperto di responsabilita’ che appartengono senza dubbio ad Altri e solo a loro, di essere reintegrato nella mia posizione giuridica originaria e infine di poter compiere qualche azione sociale che in qualche modo sia conforme alla mia responsabilita’ naturale di comunicare quello che so.

Ora il resto della settimana, e del mese forse, lo impieghero’ per chiarire ulteriormente la nuova dimensione in cui mi trovo, e spero di poter comunicare qualcosa in tempi brevi. Oggi ho soprattutto la nozione di quanto confuse siano le mie idee. Uno strano pomeriggio con Toni all’immenso, e molto deprimente, centro commerciale che si e’ artificialmente imposto in quella che mi e’ sembrata una delle zone piu’ deteriorate della citta’. E una serata silenziosa, comunque da solo, davanti ad una marea di oggetti da riordinare, indefinitamente.

8 aprile 2003

2. The less dopey we are, the greater dope we believe ourselves to be. The less dopey we believe ourselves to be, the greater the dopiness which informs our every action, thought & feeling.

We are all dopey. In a relative & dynamic world, we are all relatively dopey; and dopier at some times more than others. But we all have a certain degree / intensity of dopiness which constitutes our personal centre of gravity. We move from this centre, and become more and less dopey, but tend to return there. This is our norm of dopiness, our dopey normalcy.

There is a particular kind of dopiness associated with living in the basement, and another kind of dopiness which belongs to the garden floor. The transition between cellar & ground floor dopinesses is critical.

There is a fundamental difference between these two kinds of dopiness which is easily recognisable: dopes on the garden floor know they are dopey. Cellar dwellers are so dopey they believe themselves to be smart. This makes them potentially dangerous, because they dream they are awake.

A characteristic of cellar dopes is they believe that other dopes have the same motivations & drives as they do. This is sometime referred to as “projection”: we attribute to others what is true of us; and we ascribe to others what we know most truly in ourselves. In that we are all dopes, this is true to a degree; but the degree and intensity of truth varies between the floors. Higher floors recognise and distinguish between the universal dopiness common to us all, and the dopinesses which are personal & idiosyncratic.

So, the main characteristic by which cellar dwellers may be recognised by other dopes is this: the cellar dweller is so dopey they don’t know they’re dopey.

On the rungs of the ladder from the basement, to where the air is fresh and the sun shines, are the degrees of knowing of our personal dopiness. The first four rungs on this ladder from the basement are:

1. We are dopey.
2. We recognise that we are dopey.
3. We acknowledge that we are dopey.
4. We address the effects and repercussions of our dopiness.

There are varying qualities of life in the cellar. Some cellars are even quite warm, well lit, perhaps tidy. This is the cellar where we might say, “yes, I’m dopey of course, but that’s the way I am. And I’m comfortable. Why do I need sunshine? My new halogen bulb is very nice”. So, this happy cellar dweller climbs as far as the third rung before returning to their carpeted concrete. Other cellars are so unpleasant, or unhealthy, that ascending the ladder is a matter of life and death; that is, a real concern.

When we reach a certain rung up from the basement we discover a Friend we never knew, reaching down to help pull us up. But, that is another story.

Sono bloccato su qualche gradino della scala che ho bisogno di salire, e non incontro nessuno. Molto più probabilmente non vedo più nulla e non riconosco nessuno, perché la qualità delle persone che incontro è certamente adatta al mio stato. Non è di consolazione che ho bisogno, ma perché è tutto così poco sonfortevole in questi terribili giorni?

8 aprile 2002

Un freddo gelido si è insinuato tra gli alberi in fiore, tra la luce che indica la nuova stagione e la nostra sensazione del nuovo giorno. Un’aria tonica e frizzante mi riporta alla precisa idea che ho della primavera, come se l’avessi persa, o dimenticata da anni. E il cambiamento che tutta la terra sta sperimentando ogni giorno è sempre più evidente.

Una speciale gioia mi ha trovato stamattina, e niente esercizio, il risveglio mi è scivolato tra le mani, sorprendendomi. Credo che questo sia il mio scopo reale in questo momento: trovare e mantenere fresca una autentica, lucida, serena, pace interiore. A volte scopro questa preoccupazione, che la mia serenità sia irresponsabile, non autorizzata, addirittura folle, ma mi sto lentamente adattando alla follia come condizione di sopravvivenza lecita. Voglio dire: potrei anche farmene una ragione pensando che le condizioni in cui quello che devo sapere mi viene detto saranno progressivamente più dure finchè non sentirò di cosa si tratta. Giusto?