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Scopo dell’esperienza artistica visuale è la visione, scopo di quella musicale è l’ascolto. Ogni esercizio di mestiere può molto difficilmente prescindere da una delle due attitudini. La calistenia implicita in una corretta pratica di mestiere è lo strumento primo del mantenimento della gioia.

Condizione necessaria per la continua pratica di mestiere è il gioco. In effetti non esistono giochi finiti, ogni gioco implica rinnovamento, di modo e di procedura, oltre che di scopo e riferimento. Il fine del gioco riguarda soltanto l’esaurimento dei mezzi, il cambio di stato, il passaggio ad un nuovo ambiente.

Condizione necessaria per il successo di mestiere è la sofferenza. Solo la necessità è motore propulsore sufficiente, la spinta non può che essere bruciante: ogni movimento reale, prima di generare energia, genera attrito. Ogni azione reale genera un’energia maggiore di quella impiegata.

Ascolto e visione, riuniti in qualunque processo al tocco e alla degustazione, sono il senso dell’Arte. Compito del gentleman è mantenere la direzione, assicurandosi di evitare le inversioni illecite. In apparenza sono queste inversioni, la cui caratteristica evidente è la riduzione dell’energia, a procurare la fine del gioco.



In ogni sistema di decifrazione della particolare configurazione energetica che chiamiamo il nostro mondo c’è un largo uso dell’immaginazione. Un piccolo gioco in cui, avendo trovato un accordo comune e convenzionale, assumiamo nomi e costumi, come in gioco di ruolo, e inventiamo l’incrementale, progressivo percorso che chiamiamo storia.

Il nostro contributo a questa organizzazione sociale ci procura ciò di cui abbiamo maggiormente bisogno: il riconoscimento. L’essere riconosciuti come esseri viventi, quindi conoscibili attraverso i tratti comuni, ci permette la costruzione dell’identità. L’assegnazione di un qualunque ruolo, definito e sopportabile, ci procura il massimo ottenibile: una comunità.

Siamo quindi autorizzati a credere nella reale esistenza del nostro mondo, che per definizione è tale perchè in grado di riconoscerci, appunto. La nostra posizione nel tempo e nello spazio, per quanto decadente e regressiva, rende sopportabile la pressione della nostra coscienza, che ci suggerisce una inconsistenza di fondo: perchè siamo totalmente privi di direzione?

Lo scopo della vita è la consapevolezza dell’errore, da cui impariamo e attraverso il quale cambiamo. Nuovo significa diverso, se non converso o addirittura inverso. La necessità è comprendere che la luce che vediamo viene dal sole, al quale ci inchiniamo consapevoli di essere nulla. Quando questo accade la coscienza si risveglia in noi e sappiamo che il sole è dentro ai nostri occhi.

Quest’uomo saggio, ordinato, limitato - ama soltanto ciò che varca ogni limite: l’eccesso, l’enorme, il caos, il sogno, il fantastico, la rovina, il grandiosamente lirico; gli scrittori che spezzano ogni confine, come Rabelais e Hugo, o che hanno attraversato tutta l’esperienza della dismisura, come Baudelaire e Proust. Quest’uomo, che possiede tutti i privilegi che ci dona prodigalmente il giorno, come i bei libri, i bei quadri e la conversazione, ama soltanto il silenzio e i misteri. Quando scrive, detesta la crudele precisione, che fissa i gesti e i profili: non gli piace la piena luce portata sul cuore umano o le formule della ragione; penetra, illumina, chiarisce - ma con un ultimo gesto risveglia l’ombra, suscita l’ombra, che si insinua in ogni angolo vuoto lasciato dalla straordinaria velocità della sua mano. Non è un professore o un critico letterario: ma uno scrittore amico, che vivendo nello splendore della luce non fa che investigare e ingigantire la notte.

Pietro Citati