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Talking, for me, is expensive. Talking intently at length on subjects that close me down, is very expensive. How to approach this? It doesn’t matter very much to me if I like or dislike a situation: if something is necessary, I send Fripp off to do it. Where there is necessity, better we honour it. I am reminded, the necessary is possible. RF



Raggiungo il prato un po’ sul tardi, l’autunno sembra finito in realtà, sono gli ultimi giorni. Camminare su questi sentieri quando sono fangosi è raro e straniante. Non dovrei venire quassù da solo, ho sempre bisogno di guardarmi attraverso gli occhi di qualcun’altro quando mi lascio andare a questa ricognizione della coscienza. Ma è un godimento così importante.

La nostra immaginazione regola la nostra partecipazione al mondo. Tentiamo di immaginare come debba essere un padre: nostro padre, poi come debba essere l’amore: per una donna, per un uomo. Costruiamo pezzo per pezzo ogni elemento del nostro paesaggio, che contiene, in potenza, ogni cosa. Lo leggiamo come ci pare, come possiamo.

Spesso, attraversando il ponte siamo invasi da un sentimento: non sono così tanti fondamentalmente, solo, ci sono molte sfumature. Nel tempo le cose prendono a ripetersi, a perpetuarsi in una sorta di giostra, vagamente cristallizzata. Allora, vivere trenta o quarant’anni ancora sembra irrisorio, non fosse perchè possiamo guardare i bambini crescere.

La nostra vita personale stessa corrisponde più di quanto si possa credere allo sguardo di chi ci immagina, sguardo attraverso il quale realizziamo il nostro passo, a tempo con la stessa figura che ci guarda. Per questo non è importante chi amiamo, ma chi ci ama. L’immagine di nostro padre, del nostro amante, dei nostri figli è tenuta insieme solo in grazia della gentilezza.

Tengo la testa reclinata all’indietro, seduto sulla panchina, penso alle scarpe sporche, nonostante abbia preso la palla solo una volta. E’ sempre così, come se volessi solo una scusa per non giocare: oggi è il sangue dal naso. La palla l’ho presa in faccia, mentre stavo sulla traiettoria di due che, invece, volevano giocare.

E’ una questione stilistica, anche questo è sempre così: il calcio, nel piccolo campo di fronte alla sala parrocchiale, proprio non fa per me, lo trovo insulso, e mi manca sempre il fiato, così alla fine è me che tutti trovano insulso. E hanno ragione, se volessi seguire la palla non ce la farei, così mi immagino un disprezzo che non provo davvero, per riparare a quello che sento addosso.

E’ un mondo differente il mio. Non che sia più letterario o magari astronomico, è solo il mondo che rimane quando non si può correre. Uno spazio ombroso, lontano dal campo troppo assolato, spazio liscio e sottile, che si svolge tutto lungo i muri coperti di rampicanti, nelle corti nascoste, dove mia madre prende il caffè con le altre madri, e con le donne anziane.

Il parroco dice che è il diavolo che entra in sacrestia quando mi vede entrare, ma lui sa vedere il disagio che provo, lo ha conosciuto, lui, quel disagio. E’ l’emarginazione che deriva dal non trovare risposta alle domande più semplici, è l’estraniazione che più tardi emerge dall’evitare le compagnie cialtrone in cui il vino lascia posto solo alle bestemmie urlate.