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Continuo a credere che l’unico tratto di comunicazione che ci tiene uniti è il gigantesco corpo a cui tutti ci riferiamo. Il limite sta tutto nella nostra fondamentale incapacità di godere di questo corpo come tale. Esso è il punto che guardiamo per sentire la presenza dell’altro, che non possiamo percepire direttamente.

Nessun punto appartenente al circolo è consapevole degli altri direttamente. Essendo poi che troviamo una grande difficoltà a percepire noi stessi come la circonferenza, non possiamo che connetterci attraverso il centro. Siamo nel cerchio, possiamo solo intuire uno nell’occhio dell’altro.

I segni sulla superficie della terra sono stati tracciati perchè possiamo percepire noi stessi. Le strade sotto i nostri piedi, le cupole sopra le nostre teste, indicano una sola connessione: tutto ciò che vediamo ci appartiene, non possiamo godere solo di ciò su cui il nostro occhio non sa posarsi.

Ogni fenomeno fisico di simpatia è un fenomeno di risonanza. L’investigazione va condotta attraverso un percorso simpatico, vibrante su frequenze familiari e ritmiche, la linearità è solo un dispositivo di traduzione, di condotta attraverso i momenti di interruzione della coscienza.

Don’t go anywhere without me.
Let nothing happen in the sky apart from me,
Or on the ground, in this world or that world,
Without my being in its happening.
Vision, see nothing I don’t see.
Language, say nothing.

Rumi, In The Arc of Your Mallet

Cammino ai margini della neve, con una speciale sensazione di pulizia. Vorrei salire, partire la mattina presto, ma l’età e l’ansia, i segni della mia ignoranza, me lo impediscono. Un cane mi si avvicina, non conosco gli abitanti della casa da cui è uscito. Il sole è sorto ma non lo vedo, la luce è ghiacciata. La montagna mi attrae senza che io sia in grado di affrontarla, di accettare le necessità che essa impone.
Quando crediamo di sapere quel che stiamo facendo non sappiamo quello che stiamo credendo. La separazione fra ciò che siamo e ciò che crediamo di essere è la malattia psichica di cui siamo vittime. Ogni psicoterapia pratica mira alla connessione, alla riunione delle parti che ci compongono. La scalata della montagna del sapere è una tecnica semplicissima.
L’azione ricreativa, in realtà, è roba da duri. La profonda consapevolezza ed il totale sprezzo del pericolo, l’accettazione del dolore e la sospensione del giudizio è ciò che qualunque montagna impone. Siamo preparati solo fino al punto in cui siamo capaci di essere la montagna stessa, senza per questo identificarci con nulla, il resto è nelle mani di Colui che é.