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Non mi ricordo di aver mai provato prima una tale separazione fra il mio, pur arruffato ed incolto, senso della giustizia ed il mio interesse personale. Le due cose non si erano mai veramente distinte per me. Se mai ho saputo cos’è la giustizia ho saputo anche qual’era il mio interesse personale.

Non ho mai fatto nulla per ottenere la mia personale felicità. Nemmeno ho mai fatto nulla per perderla. La parola stessa non ha mai significato granchè per me. Penso poco ai miei diritti ed alle mie ambizioni. Preferisco pensare alla necessità di adattarmi a quel che vedo, a quel che scopro e sopra ogni altra cosa a tutto quello che mi viene chiesto. E alle gioie immense che da questo derivano.

La mia aspirazione infantile all’essere nessuno ha avuto momenti critici, ma in fondo quello che volevo da ragazzo ce l’ho davanti a me. Le mie necessità personali sono adesso sempre minori e posso concentrarmi sull’importante processo del mutare costantemente di forma. La fila dietro a me è sempre più corta.

Prendere parte ad una comunità di valori ed interessi è sempre più difficile, ed è un’azione che pretende molto più tempo di quello che ho. Nella mia vita straordinariamente occupata c’è a malapena un po’ di tempo per parlare ai miei figli, ai miei vicini, a chiunque mi veda passare. E le domande che sento sono sempre più chiare.



Ho una sola regola: non faccio ad altri quello che non voglio venga fatto a me. D’altra parte faccio un sacco di cose, alcune ruvide altre roventi, che non sono proprio fonte di gioia soltanto. Lascio a chiunque giudicare la sostenibilità dell’evento, ammesso sia in grado di sospendere il giudizio fino a maturità inoltrata.

Ho una relazione esemplare con la mia coscienza, d’altronde le riconosco una conoscenza dell’orizzonte degli eventi abbastanza completa, e non discuto gli imperativi chiaramente percepiti. Il circolo attraverso il quale qualunque altro si svela come parte di me si realizza attraverso la compassione e la comunione, non è facile ammettere dubbi.

Ogni confusione è destinata a dissolversi nel tempo. E’ l’intervallo che muta la perplessità in dolore, pure è la pausa che ridetermina l’equilibrio. L’apparente vuoto fra l’affermazione, la negazione e la riconciliazione è il collante che regge l’universo della mia contemplazione. La confusione contiene gioia in potenza, in una sorta di consapevolezza quantica dell’ordine a venire.

Ho un grosso limite: credo poco nella sufficienza dei miei mezzi e sono quindi un ingrato. Non che io sia meno che riconoscente: ho una nozione precisa della benedizione, pure quando è mascherata e incognita. Opero per quanto posso nel business della distribuzione, a tentare il disimpegno del magazzino ed il riciclo degli scarti.



Il vantaggio di essere talmente proni all’amnesia è che, pur non essendoci così tante cose da imparare, ce n’è sempre molte da scoprire. Abbracciare il proprio persecutore è delizioso, in effetti, e non ricordarne la faccia aiuta. Scoprire di amare il proprio persecutore è una grossa liberazione che, in effetti, non ha prezzo.

Dimenticare le donne che non si amano più è come non averle mai amate. Scoprire di aver sempre amato una donna è un piacere sottile, specie se la guardiamo come se non l’avessimo mai veduta prima. Possiamo fingere di non curarci del suo passato, con la volatile sensazione di aver fatto parte dello stesso passato.

Perchè ogni amnesia è caratterizzata da un tratto curioso. Pur non essendone consapevoli, le cose le sappiamo e c’è traccia dei sentimenti, dei dolori, delle conquiste e delle perdite. Anche se non siamo consapevoli che siano avvenuti, anche se ogni rimorso è astratto, ogni rimpianto dolce e trattenuto. Ci muoviamo su di una mappa chiara, che si può riscrivere.

L’amnesia è il frutto di una redenzione concessa per dono. E’ la cancellazione dei peccati che cessano di aver avuto luogo, in una riconquista dll’innocenza pura come se mai fosse stata smarrita. La qualità della misericordia non viene sprecata, scende dal cielo come una pioggia sottile, a nutrire il meglio di noi, che può fiorire.