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La necessità è la madre di ogni azione equa, la sufficienza ne è l’equa conseguenza. Mantenere l’equilibrio che regge l’umanità è un lungo e laborioso processo, in tale processo ogni ciclo umano si ripete molte volte. Camminare sul filo del mondo rende l’evoluzione molto difficile, il passaggio da impossibile a molto difficile, infatti, avviene mercè l’abilità dell’esecutore.

Ogni carico rende l’evoluzione difficile, spogliarsi delle bardature dell’epoca è il gesto di ogni sincero facitore di realtà. Nell’eseguire il compito una speciale agilità da giocoliere è richiesta: il volatile proposito di fermare il tempo. Tutta qui la distinzione fra il fare necessario e la miserabile cura dei propri interessi.

Raccontare la propria storia, proprio mentre si svolge e con la miglior fede, è un grande gesto di attenzione. Per raccontare una storia sono necessari un inizio, un fine, è una favolosa attenzione ai dettagli nel mezzo. Quel che crediamo essere la nostra storia, spesso, è solo l’ossessione che abbiamo per i dettagli che segnano il nostro personaggio.



Passo oltre il muretto, qualche pietra si muove mentre appoggio la mano più forte del necessario. Guardo la macchia, insolita ed attraente, passerei volentieri l’estate qui. Il mare non è lontano, la casa non si vede dalla strada a causa degli alberi: i dintorni sono pulitissimi, curati e ordinati. Nessuno abita qui.

Il vuoto di coscienza sociale, sospesa per un momento in un normalissimo stato di vacanza, potrebbe generare una migliore consapevolezza, quando non rivoltare l’intera nostra percezione del mondo, evitando di trattenersi in una indulgente apologia dell’evoluzione tecnica. Potremmo immaginare un luogo in cui sospendere le nostre convenzioni.

In qualche specie di psichedelia presocratica potremmo ritrovarci all’erta, anzichè tesi ad una giustificazione dei nostri errori. Si tratterebbe di cambiare menù, di aprirsi ad un vino differente, di dormire con la testa rivolta al centro del mondo. Di cedere alla tentazione di considerare le contraddizioni come opportunità. E di lasciar andare davvero il fiato.

Forse siamo solo portati a conservare, ma non c’è forma vitale che possa essere conservata: significa soltanto sospendere il flusso vitale, in cerca di chissà quale energia non rinnovabile. Vero che abbiamo bisogno di energia, altrettanto vero che è proprio questa che cediamo in cambio di protezione, e di chissà quale sicurezza.



Nell’elaborazione di una tesi affermativa qualunque, di questi tempi, c’è una forte dicotomia per quanto riguarda i modi. Una sorta di metodo scientifico, che deve essere chiarito, è opposto ad una qualunque esposizione non quantificata, non numerica, comunque non misurabile con un congegno tecnologico, ridotta al rango di opinione.

La certificazione “scientifica” non ha nulla a che vedere con l’esattezza o la precisione, ma solo con dei documenti, comprensibili ad un livello non necessariamente accademico, spesso prede di una vulgata sciocca e inutile. Un’affermazione intuitiva, legata ad un momento che potrebbe essere eterno, viene tacciata di inconsistenza, quasi per definizione.

Esistono invece le convinzioni: frutto dell’esercizio pratico, su base quotidiana, di un assunto ideale che deve essere abbastanza espanso, e contenuto soltanto dall’esercizio stesso. Queste convinzioni, ridotte ad un essenza pratica snella e flessibile, sono necessariamente basate su principi mobili ed intelligenti, capaci cioè di adattarsi.

La trappola sta tutta nella fede in una ideologia che può essere facilmente sconclusionata, instabile, molto meno che credibile. La visione ideologica prodotta da una buona sistematica di pensiero, e pure da un architettura linguistica completa, è al contrario un’area di ricerca, continuamente sfrondata nel tempo da un esercizio forte e feroce.



Non mi ricordo di aver mai provato prima una tale separazione fra il mio, pur arruffato ed incolto, senso della giustizia ed il mio interesse personale. Le due cose non si erano mai veramente distinte per me. Se mai ho saputo cos’è la giustizia ho saputo anche qual’era il mio interesse personale.

Non ho mai fatto nulla per ottenere la mia personale felicità. Nemmeno ho mai fatto nulla per perderla. La parola stessa non ha mai significato granchè per me. Penso poco ai miei diritti ed alle mie ambizioni. Preferisco pensare alla necessità di adattarmi a quel che vedo, a quel che scopro e sopra ogni altra cosa a tutto quello che mi viene chiesto. E alle gioie immense che da questo derivano.

La mia aspirazione infantile all’essere nessuno ha avuto momenti critici, ma in fondo quello che volevo da ragazzo ce l’ho davanti a me. Le mie necessità personali sono adesso sempre minori e posso concentrarmi sull’importante processo del mutare costantemente di forma. La fila dietro a me è sempre più corta.

Prendere parte ad una comunità di valori ed interessi è sempre più difficile, ed è un’azione che pretende molto più tempo di quello che ho. Nella mia vita straordinariamente occupata c’è a malapena un po’ di tempo per parlare ai miei figli, ai miei vicini, a chiunque mi veda passare. E le domande che sento sono sempre più chiare.



Ho una sola regola: non faccio ad altri quello che non voglio venga fatto a me. D’altra parte faccio un sacco di cose, alcune ruvide altre roventi, che non sono proprio fonte di gioia soltanto. Lascio a chiunque giudicare la sostenibilità dell’evento, ammesso sia in grado di sospendere il giudizio fino a maturità inoltrata.

Ho una relazione esemplare con la mia coscienza, d’altronde le riconosco una conoscenza dell’orizzonte degli eventi abbastanza completa, e non discuto gli imperativi chiaramente percepiti. Il circolo attraverso il quale qualunque altro si svela come parte di me si realizza attraverso la compassione e la comunione, non è facile ammettere dubbi.

Ogni confusione è destinata a dissolversi nel tempo. E’ l’intervallo che muta la perplessità in dolore, pure è la pausa che ridetermina l’equilibrio. L’apparente vuoto fra l’affermazione, la negazione e la riconciliazione è il collante che regge l’universo della mia contemplazione. La confusione contiene gioia in potenza, in una sorta di consapevolezza quantica dell’ordine a venire.

Ho un grosso limite: credo poco nella sufficienza dei miei mezzi e sono quindi un ingrato. Non che io sia meno che riconoscente: ho una nozione precisa della benedizione, pure quando è mascherata e incognita. Opero per quanto posso nel business della distribuzione, a tentare il disimpegno del magazzino ed il riciclo degli scarti.



Il vantaggio di essere talmente proni all’amnesia è che, pur non essendoci così tante cose da imparare, ce n’è sempre molte da scoprire. Abbracciare il proprio persecutore è delizioso, in effetti, e non ricordarne la faccia aiuta. Scoprire di amare il proprio persecutore è una grossa liberazione che, in effetti, non ha prezzo.

Dimenticare le donne che non si amano più è come non averle mai amate. Scoprire di aver sempre amato una donna è un piacere sottile, specie se la guardiamo come se non l’avessimo mai veduta prima. Possiamo fingere di non curarci del suo passato, con la volatile sensazione di aver fatto parte dello stesso passato.

Perchè ogni amnesia è caratterizzata da un tratto curioso. Pur non essendone consapevoli, le cose le sappiamo e c’è traccia dei sentimenti, dei dolori, delle conquiste e delle perdite. Anche se non siamo consapevoli che siano avvenuti, anche se ogni rimorso è astratto, ogni rimpianto dolce e trattenuto. Ci muoviamo su di una mappa chiara, che si può riscrivere.

L’amnesia è il frutto di una redenzione concessa per dono. E’ la cancellazione dei peccati che cessano di aver avuto luogo, in una riconquista dll’innocenza pura come se mai fosse stata smarrita. La qualità della misericordia non viene sprecata, scende dal cielo come una pioggia sottile, a nutrire il meglio di noi, che può fiorire.