My own experience of being in this space is of effortlessness, ease, clarity, directness, and of this is obvious! Then, afterwards, when I attempt to re-enter the space, effort is needed, it’s not easy, what was clear & direct now has alternatives, and what was obvious is no longer so. The space continues to be open & available, but I’m not in that space; that is, I am not myself open & available. So, I don’t work to re-enter that space; I address being open & available (cf the point of seeing, related in F&F talks as the Fripp & Eno cat story, NYC 1981).
La mia personale condizione di presenza alle mostre a la pàge, sia a Venezia che altrove, è sempre svagatissima. Sono un cafone, lo so, e pure uno snob, ma che ci posso fare? Trovo che l’arte presentata sia sempre insufficiente, spesso del tutto indecente.
L’arte è uno spazio. All’interno di questo spazio ogni movimento è accurato, competente, pieno di grazia e di amore. Non ci si può procurare un invito speciale a questo spazio, non c’è che un privilegio d’accesso: la propria individuale condizione di apertura. L’arte ci accoglie, noi siamo aperti e disponibili.
Ma spesso, a queste ingiustamente invidiate vernici, di arte non c’è traccia. Quasi a voler rimarcare la distanza fra attività davvero umana e rappresentanza sociale, dove privilegiare la seconda significa escludere la prima. Porre l’enfasi sulla competenza mondana, anzichè su quella estetica, è solo volgarissimo.
Trovo che lo scopo dell’arte sia la sperimentazione di un reale azzardo. La messa in gioco di ogni dignità immaginaria e non solo. La pratica continua e gioiosa dell’avventura, lo sprezzo di ogni convenzione e comodità, a favore di un imbarazzante incompetenza contemporaneamente goduta e salvifica.




