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La qualità della scrittura è tutta nella sua semplicità, nella sua capacità di essere memorabile. Nessuno abbia una vita da svolgere intende essere complicato, il lavoro disciplinato tende alla semplificazione. Per quale misterioso motivo si intenderebbe oscurare il significato? Come verrebbe sviluppata la tecnica dell’occultazione? Chi vuole scrivere in codice?

Pure: la scrittura è un codice oscuro, ogni significato è implicito nelle pieghe del racconto, occultato nelle pieghe stesse infatti. In presenza di una trama siamo in presenza di una cospirazione, sulla quale solo i cospiratori sono informati. Ogni conoscenza è strutturata come un alveare, intricata ed invisibile, spesso, a chi non la pratichi.

La mia aspirazione parabolica è frustrata dalla mia incapacità di tenere in ordine il mondo, pure quello che ogni giorno frequento, respiro, medito. Non c’è differenza in effetti con gli altri, differenti mezzi che adopero. Le immagini che riprendo alludono ad una esistenza sfuocata, indifferente, i suoni che organizzo hanno una qualità eterea, illeggibile, l’articolazione del mio fraseggio è complicata e inefficace.

Una affermazione forte e precisa è quella di cui il mondo ha bisogno. La rassicurante presenza familiare ed esperta di un padre dalle spalle larghe. L’apprendistato va compiuto nel gioco di squadra, nel perseguimento di obbiettivi condivisi dal numero massimo di aspiranti, ogni promozione di speciali personalità rischia di assumere l’aspetto di un gioco di prestigio.

 

Una buona riflessione imperdibile.

Una improvvida saggezza.

Scrivere è un’azione troppo esplicita. L’esplicitazione offende le fragili menti contemporanee, che presumono una identità ed una comunità che non hanno, se non in termini di meccanismo sociale di difesa. Per me funziona così: il mio equilibrio personale sta con la testa fra le nuvole ed i piedi per terra, imprescindibile la prima i secondi fanno quello che possono.

Tenere i piedi ben poggiati sul pianeta mi riesce, impantanati nel mondo mi costa troppo. Non mi posso permettere quello che mi costa troppo: uscire con gli amici a divagare davanti a vino cattivo, vaneggiare in termini di economia politica in assenza di un paradigma ideologico chiaro, leggere i fatti della cronaca tradotti e commentati senza avere accesso agli atti, progettare la riforma legislativa davanti allo statuto di un nuovo partito, commentare la storia del cinema, della televisione, della canzone d’autore.

D’altra parte io non capisco il senso di una scrittura priva della massima apertura del cuore. Certo, non tutti vogliono essere esposti ad un cuore che sanguina, così possono rivolgersi ad altre risibili operazioni di marketing. Il mio tempo corre veloce, le mie settimane durano anni, e tutto mi appare sempre più stanco e consumato. Jesus was a sailor, only drowning men can see Him.

A rimarcare l’eccellente offerta artistica e culturale proveniente dall’est neoeuropeo il forum Continental Breakfast, a Palazzo Zorzi a Venezia oggi e domani, e’ una occasione formidabile per meditare insieme ad una figura chiave dell’attivita’ museale ed istituzionale che riguarda la produzione contemporanea d’arte: il Curatore. Nella prima mattinata il tempo e’ stato sufficiente per mettere a fuoco le principali questioni che un curatore contemporaneo si trova ad affrontare, dalla distinzione fra cura e critica a quella fra professione e incarico. Non e’ affatto sorprendente l’alta qualita’ del discorso che proviene da paesi che non sono protagonisti globali sulla scena dell’arte contemporanea, anglofila ed americanista: la Slovenia, l’Ungheria, la Serbia, ma anche Macedonia e Turchia. Le loro obiezioni e richieste sono probabilmente le stesse di ogni altro professionista qualificato che si trovi a doversi misurare con l’istituzione, dentro e fuori dalla nostra Euroregione: qual’è la qualificazione richiesta per avere accesso ai contributi pubblici, quale è l’ordine di priorità?

Naturalmente l’oggetto osservato su cui il curatore si ferma e’ lo stesso dell’artista, a dover essere precisata si trova invece la relazione con la struttura istituzionale, che per l’artista deve necessariamente essere mediata, in una curiosa forma di traduzione che e’ il compito primo del curatore. Se la struttura gerarchizzante principale che abbiamo a disposizione e’ il mercato, questo non significa affatto che non ci siano altre specifiche forme di riferimento per il pubblico, cosi’ come per i responsabili della spesa pubblica. Una interpretazione del significato ed infine dell’utilita’ dell’opera d’arte e’ necessaria nell’uno come nell’altro caso.