Archivi Categorie: Past Premises

You may start by doing nothing,
then, maybe, you can do something


L’azione contemplativa è nondimeno tale. Immaginiamo di essere in una condizione in cui ogni immagine è riportata, ristrutturata, interpretata. Immaginiamo una tensione verso l’apprendimento della capacità di vedere con i propri occhi, l’autopsia. La pratica da considerare include una nuova capacità di visione, fondata sull’esercizio della spregiudicatezza, dell’azzeramento della nozione storica inventata.

L’economia dell’azione comincia con l’abolizione dello spreco. Se è facile intuire lo spreco fisico, dobbiamo investigare pure lo spreco intellettuale, ed emotivo, che già sappiamo produca emorragie colossali. E’ difficile vivere sottomessi all’emorragia, non è affatto normale compensare il continuo deficit con nuove acquisizioni. E’ probabilmente necessario contenere meglio la straordinaria dotazione compresa in ciò che già possediamo.

La nostra percezione del tempo è regolata sul respiro. Non possiamo nemmeno tentare di controllarla, ma possiamo accettare il fatto. La vita è troppo corta, godiamocela meglio. Il senso della nostra propria presenza nel luogo stesso in cui veniamo a trovarci contiene il germe dell’inevitabile. Ogni azione completa suggerisce in sè la totale attenzione alla natura fatale. Posso disporre gli elementi: ogni conclusione, per quanto mi riguarda, è ancora aperta.

Lose something every day. Accept the fluster
of lost door keys, the hour badly spent.
The art of losing isn’t hard to master.


Non ho affatto lezioni da dare, solo qualche suggestione. Non ho soluzioni in formula, ho qualche indicazione. Ma lasciate andare quello di cui non riuscite più a godere, allentate la presa, accettate la dissoluzione. Quello di cui dobbiamo continuare ad occuparci sono gli oggetti che sono difficili da dimenticare, gli esseri che da noi non sono distinti. Non intendo il possesso, ma la profonda compassione.

La nostra è la civiltà dei vincitori. Stiamo perpetuando un’ideuzza riguardo la competizione sportiva, un’altra che considera l’esplorazione e la novità come elementi fondanti, appunto, la civiltà. La miseria e l’infelicità che queste balzane idee, che derivano da e generano una concezione dell’economia politica protezionistica e niente affatto liberale, sono sotto gli occhi di tutti. Ciascuno paga duramente le conseguenze di tale equivoco.

L’unica civiltà del futuro è una civiltà del gioco: una competenza slegata dalla competizione manipolata, una capacità di indagine che dell’esplorazione si serva, sono le sole da auspicare. Ed è una civiltà povera, per questo priva di miseria, una civiltà affamata, per questo entusiasta della vita. Una civiltà che nemmeno questo splendente pianeta ha ancora visto. Tutto ciò che ci occorre è vedere le cose come stanno davvero, direttamente.

A volte indulgo nei pensieri altrui. Come ad una canzone, il racconto di un dolore. Non mi fermo ad ascoltare gli atti della malvagità da cui ci lasciamo invadere, ascolto le note della cattività, della residenza coatta, degli arresti domiciliari. Pare che nessuno sappia misurare la propria pena, nè raccontarla.

Esco poco di casa, sono una persona anziana oramai. Attraverso viali densi di una solitudine forzata, intollerabile. Nemmeno sono esposto alla folla, ascolto piuttosto singole voci che mi fanno posare lo sguardo, a volte, su figure che alla voce somigliano poco, come certi costumi in  una rappresentazione arruffata.

L’illusione, imperdonabile, è di alleviare la pena, consolare l’afflizione. Non so comprendere la domanda, decifrare la lingua. Ogni allusione è per me confusa, ogni sospiro slegato dalla causa. Vengo così esposto ad una paura gelosamente protetta, platealmente giustificata, come un’incarnazione impersonale.

Nella mia città ci sono edifici costruiti con pietre permeabili alla paura. Si conservano così tremori le cui cause non hanno più nessun corpo, nessuna spiegazione. Antiche forma di tensione sentimentale si perpetuano come un’illimitata eco. Si conservano come se fossero desiderate.