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La stradina sale attraverso i grandi cespugli di sommaco, pronti per arrossare. L’erba è seccata da una estate torrida, in cui abbiamo parlato così poco, nella quale il vino è stato brillante, forte, raro. Intendo raggiungere il prato prima di sera, che sono partito tardi. Le immagini si accavallano nel tempo, sono venuto quassù tutta la vita, con e senza di te.

Delle molte separazioni, pochissime avrebbero potuto essere evitate, splendenti nella luce della necessità solo una volta avvenute. Poi, sappiamo bene che non avremmo mai potuto farci nulla, travolgente è la marea che si insinua tra di noi. Tradimento ed abbandono sono parole bellissime, che nessuno dovrebbe soffrire.

Mi fermo a bere, questa strada è sempre più lunga. Quando salivo veloce il mio cuore tremava sempre, ora so che qualunque cosa accada sarà una gioia semplice arrivare in cima, l’emozione è sempre più larga e meno penetrante, grazie al cielo. E’ un bosco fitto di alberi sottili, la terra è poca e argillosa, le querce cominciano solo sull’altro lato del monte.

Eccolo: è un cervo giovane, il palco non è importante. Si è avvicinato solo perchè sono fermo e sono sottovento, non mi muovo, mi vede e si ferma a guardarmi. Il manto è stupendo, le zampe alte e robuste, i suoi occhi sono scuri, posso quasi vederne il colore. Nemmeno riesco a sentire il rumore degli zoccoli mentre si allontana.

L’autunno è l’inizio dell’anno per me. Questo vento, che si mescola alla pioggia nelle stagioni di mezzo, mi fornisce l’accesso ad una memoria sempre più oscillante e confusa, nondimeno preziosa. Anche mia madre si sente meglio con la bora, i temporali sul golfo non la disturbano, e la sua profonda tristezza si dissolve, come una fastidiosa nebbia.

La fine dell’anno sono i raccolti, l’ultimo è la vendemmia cui ho partecipato da che mi ricordo. Durante i raccolti tutti, e la vendemmia in modo particolare, che per un incomprensibile uso viene incrementalmente anticipata, nessuno pensa più al passato, ma solo alla futura cura della vigna. Non c’è alcun bisogno di ricordi durante il raccolto, le attese sono finite.

Io non so dire quale lavoro nobiliti l’uomo, ma so che il raccolto va onorato. Ed è un duro lavoro che si compie senza sforzo, inevitabile quanto denso di premesse. La luce del sole, la pioggia, il vento si sono cristallizate in frutti che saranno lavorati, trattati con sapienza, transustanziati con l’acqua e con il fuoco. Io so che gli uomini amano raccogliere e altrettanto seminare.

Occorre prepararsi a nascere quanto a morire, in una poetica risonanza che non è in nostro potere, di cui non abbiamo le leve. Che altro possiamo fare se non attendere? Preparare significa esercitare la vita come se non avesse fine, come se lo scopo fosse l’eterna perpetuazione. Ogni partenza un arrivo, ogni uscita un’entrata. Il movimento è roteante.

La portata della violenza, la sua presenza sottile ma inequivocabile, il suo uso come strumento politico, economico, sono elementi sottovalutati nella nostra vita reale. Se siamo abituati ad ammettere l’abuso di una disposizione, diciamo così, attiva verso la struttura del nostro ambiente, non possiamo non considerarne pericoli e conseguenze.

Nella realtà ogni attitudine di tutela del diritto statale, pubblico e privato, amministrativo e sindacale, è una attitudine esclusiva nei riguardi dei diritti dell’uomo. Considerare il diritto di cittadinanza, per esempio, è una azione ampiamente esclusiva, discriminante e penalizzante nei riguardi di chiunque ne sia privo, per abuso subito, emarginazione, disinformazione.

L’azione corporativa, a tutela di una comunità speciale, definita da una rigida linea di demarcazione, è una azione tipica dello stato imperativo, fondato su una centralità onnipotente, fascista o mafiosa. Difficile riassumere in quale complicata maniera si giunga a questo stato di cose, pur nella evidente affermazione, facile invece notarla.

La ricchezza delle nazioni è una invenzione vittoriana. La ricchezza è statale, nel migliore dei casi. Più probabilmente è distribuita attraverso una rete informativa che si realizza attraverso la riserva, la gerarchia, l’esclusione. Comprendo l’immaginaria qualificazione che sostiene questa organizzazione corporativa, occorre comprenderne pure la specialità violentissima.

You may start by doing nothing,
then, maybe, you can do something

L’azione contemplativa è nondimeno tale. Immaginiamo di essere in una condizione in cui ogni immagine è riportata, ristrutturata, interpretata. Immaginiamo una tensione verso l’apprendimento della capacità di vedere con i propri occhi, l’autopsia. La pratica da considerare include una nuova capacità di visione, fondata sull’esercizio della spregiudicatezza, dell’azzeramento della nozione storica inventata.

L’economia dell’azione comincia con l’abolizione dello spreco. Se è facile intuire lo spreco fisico, dobbiamo investigare pure lo spreco intellettuale, ed emotivo, che già sappiamo produca emorragie colossali. E’ difficile vivere sottomessi all’emorragia, non è affatto normale compensare il continuo deficit con nuove acquisizioni. E’ probabilmente necessario contenere meglio la straordinaria dotazione compresa in ciò che già possediamo.

La nostra percezione del tempo è regolata sul respiro. Non possiamo nemmeno tentare di controllarla, ma possiamo accettare il fatto. La vita è troppo corta, godiamocela meglio. Il senso della nostra propria presenza nel luogo stesso in cui veniamo a trovarci contiene il germe dell’inevitabile. Ogni azione completa suggerisce in sè la totale attenzione alla natura fatale. Posso disporre gli elementi: ogni conclusione, per quanto mi riguarda, è ancora aperta.

Lose something every day. Accept the fluster
of lost door keys, the hour badly spent.
The art of losing isn’t hard to master.

Non ho affatto lezioni da dare, solo qualche suggestione. Non ho soluzioni in formula, ho qualche indicazione. Ma lasciate andare quello di cui non riuscite più a godere, allentate la presa, accettate la dissoluzione. Quello di cui dobbiamo continuare ad occuparci sono gli oggetti che sono difficili da dimenticare, gli esseri che da noi non sono distinti. Non intendo il possesso, ma la profonda compassione.

La nostra è la civiltà dei vincitori. Stiamo perpetuando un’ideuzza riguardo la competizione sportiva, un’altra che considera l’esplorazione e la novità come elementi fondanti, appunto, la civiltà. La miseria e l’infelicità che queste balzane idee, che derivano da e generano una concezione dell’economia politica protezionistica e niente affatto liberale, sono sotto gli occhi di tutti. Ciascuno paga duramente le conseguenze di tale equivoco.

L’unica civiltà del futuro è una civiltà del gioco: una competenza slegata dalla competizione manipolata, una capacità di indagine che dell’esplorazione si serva, sono le sole da auspicare. Ed è una civiltà povera, per questo priva di miseria, una civiltà affamata, per questo entusiasta della vita. Una civiltà che nemmeno questo splendente pianeta ha ancora visto. Tutto ciò che ci occorre è vedere le cose come stanno davvero, direttamente.

A volte indulgo nei pensieri altrui. Come ad una canzone, il racconto di un dolore. Non mi fermo ad ascoltare gli atti della malvagità da cui ci lasciamo invadere, ascolto le note della cattività, della residenza coatta, degli arresti domiciliari. Pare che nessuno sappia misurare la propria pena, nè raccontarla.

Esco poco di casa, sono una persona anziana oramai. Attraverso viali densi di una solitudine forzata, intollerabile. Nemmeno sono esposto alla folla, ascolto piuttosto singole voci che mi fanno posare lo sguardo, a volte, su figure che alla voce somigliano poco, come certi costumi in  una rappresentazione arruffata.

L’illusione, imperdonabile, è di alleviare la pena, consolare l’afflizione. Non so comprendere la domanda, decifrare la lingua. Ogni allusione è per me confusa, ogni sospiro slegato dalla causa. Vengo così esposto ad una paura gelosamente protetta, platealmente giustificata, come un’incarnazione impersonale.

Nella mia città ci sono edifici costruiti con pietre permeabili alla paura. Si conservano così tremori le cui cause non hanno più nessun corpo, nessuna spiegazione. Antiche forma di tensione sentimentale si perpetuano come un’illimitata eco. Si conservano come se fossero desiderate.