E’ una conoscenza antica quella cui ci espone Leonard Cohen: priva di suscettibilità alla degenerazione, del tutto disinteressata alla seduzione gratuita, inconsistente di ogni ridicola vanità. E’ una conoscenza arcaica, archetipica, fondamentale nel suo ammettere soltanto lo sguardo compassionevole.
Ammettiamolo, di tutti i nostri eroi lui è quello che non avremmo mai voluto impersonare. Ma il suo racconto primo conteneva tutta la cognizione del dolore, dell’estasi e della comprensione che possiamo desiderare di acquisire. Si fosse fermato qui magari non avrebbe venduto più dischi di Michael Jackson, ma sarebbe entrato per sempre. comunque, nel nostro immaginario epico.
Questo Cohen è egli stesso una figura epica. Si deve comprendere, tentando di uscire vivi dalle sue pagine, che su di lui pesano i possenti carichi della tradizione: non quella degli incantati aedi, non quella degli scapigliati romantici e nemmeno sua è la spacconeria illuminista, forte di una ragione che fa tremare i polsi. Egli è il reietto, l’insostenibile sciamano.
Lo so che può apparire in configurazioni differenti: come la star globale del folk più spettrale, come il geniale ed ammirato poeta laureato del Village, perfino come un ladies man, ma in attualità egli è condannato a lucidare le parole, ad inanellare congegni linguistici che noialtri saremo forse degni di utilizzare un giorno.
Come Garcia Lorca, Omar Kayyam, Virgilio Giotti questo numinoso araldo utilizza la pasta metafisica per erigere piccole cattedrali nelle provincie, spezzare cuori alle contadine e proseguire imperterrito nel rifinire, costantemente, la pratica del suo mestiere: la distillazione del vuoto interstellare ad uso e consumo di tutti noi, bellissimi perdenti.




