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Those who wander are not lost
He who defines himself cannot know who he is - Tao Te Ching

Nel divenire mondano si trovano fili luminosi che ci connettono con una dimensione più oggettiva, imparziale, sacra. Sono fili di consistenza leggera ed effimera, vere apparizioni illuminanti e liberatorie, che permettono alla mente di sospendere il suo incessante eloquio, teso a colmare i vuoti della nostra esperienza.

Perdersi nel mondo è una esperienza reale. Sarebbe sorprendente se nel mondo ci potessimo trovare, se potessimo dire ora sono qui: la più reale delle esperienze, che non ha più nulla di mondano. La sospensione del giudizio riguardo le cose del mondo è una importante necessità, l’accettazione di un dolore transitorio toglie forza allo stesso dolore.

La perdita di connessione con un ambiente preciso può provocare un grande dolore, sarebbe meglio non sentirsi soli in questa condizione. E’ inevitabile esserlo d’altra parte, la pratica di preparazione fa tutta la differenza. Questa pratica consiste della rinuncia alla definizione del prodotto, alla totale concentrazione sul processo. Su come farlo, non su cosa fare. 

La letteratura, l’arte dell’organizzazione delle parole ai fini della simulazione di un mondo, possiede strumenti di persuasione deliziosi. L’artificio scritto riesce spesso nel costruire una fragranza brillante di visioni promettenti, dense di pathos e significanza. Anche dove questa fallisce rimane sempre un qualche oggetto vibrante, luminoso.

Scrivere significa darsi la possibilità di limare, rifinire il frutto di una lunga meditazione che può essere sommato in poche righe, fluenti di capacità penetrativa. Ovvio che io ami la disposizione letteraria, soprattutto nel senso di missiva privata, riservata, capace di confidare nella buona fede e benevolenza del lettore.

Ogni letteratura, però, esige una cospirazione in codice. Ad ogni visione del mondo corrisponde un linguaggio, spesso esatto e preciso, a volte in divenire, carico di connessioni fragili e tensione erotica che mira alla costruzione di un nuovo spazio convenzionale.

Da qui ho potuto osservare con calma una miriade di cospirazioni speciali, riservate a speciali comunità che non hanno sempre una consapevolezza perfetta della propria condizione. Ciascuno, voglio dire, considera il proprio linguaggio quello più diffuso, cosi come considera il proprio mondo il più popolato dei mondi possibili. Grande cosa le convenzioni, per questo ce n’è così tante.

No spring nor summer Beauty hath such grace
As I have seen in one autumnall face.
Young beauties force our love, and that’s a rape,
This doth but counsel, yet you cannot ’scape.  John Donne

Davanti ad una immaginaria dichiarazione dei diritti dell’uomo, mi trovo, che non so che pesci pigliare. Io non ne vedo mica tanti di diritti: vedo opportunità straordinarie che non direi ci appartengano per diritto, vedo responsabilità straordinarie che non direi ci appartengono per dovere. Direi invece che il diritto alla vita, alla libertà ed alla ricerca della felicità sono falsi miti senza costrutto.

Io immagino si tratti di messe in scena per spiegare agli ingenui che appunto in queste condizioni si trovano: vivi, liberi e tesi alla felicità. La dimostrazione di queste condizioni risiederebbe dunque negli esempi opposti: miserabili parti dell’umanità che si trovano in condizioni di privazione di questi diritti: africani, asiatici, mediorientali, zingari. Gente svantaggiata.

Ormai sento più chiaramente la presenza degli alberi che degli esseri umani. Le persone che incontro, fuori dal mio terreno favorito, non aspirano all’umanità, credono ad una misteriosa condizione di privilegio e superiorità che li distinguerebbe. Non ho nessun interlocutore informato sugli atti. Nè le quercie nè le betulle comprendono la domanda.

Cammino circondato da piccole creature, personaggi di nature differenti che abitano l’interno della mia mente. Il signor Amaro-perchè-il mondo-non-ha riconosciuto-la-mia-grandezza, Il signor Il-tuo-errore-è-la-mia-occasione, il signor Vedrai-quando-avrò-il-potere, Il signor Umiliarti-mi-fa-sentire-meglio… immaginette di atteggiamenti, cattiverie, negatività, pensare il peggio degli altri, gelosie, amarezze, sgarbatezze e invocazioni di diritti dovuti solo perchè respiriamo.

Queste ed altre creature non sono solo immaginarie, non sono solo aspetti di una socialità malintesa: sono realtà, aspetti quotidiani che non ci curiamo di riconoscere o ammettere di possedere noi stessi. Se li conosciamo meglio, però, li possiamo mettere a posto e neutralizzare il loro effetto.



Nell’organizzazione della nostra azione sulla terra, durante questa vita che molte volte non consideriamo debba finire, spesso non teniamo conto di un suono lontano. E’ un suono tenue, che necessità di una speciale attenzione, confuso in un grande numero di disturbi continui, sostenuti e pervasivi. E’ un suono importante, di cui invece dovremmo tenere conto.

Abbiamo poco tempo per ciò che non è reale, dobbiamo concentrarci su una necessità fondamentale, dobbiamo raccogliere le forze e pagare i nostri debiti. Il nostro lavoro, l’azione che dobbiamo completare, non consiste del dimostrare a papà che siamo alla sua altezza, non consiste di garantire ai nostri figli un patrimonio che li possa corrompere.

Superare il terrore che questo suono ci incute è lo scopo della nostra vita. Ogni disciplina cui possiamo avere accesso, ogni privilegio ed ogni opportunità sono strumenti a sostegno di questa responsabilità che abbiamo. Dobbiamo adattare il nostro modo a questa necessità, la capacità di trattenere nella mente quel modello di suono.

Ogni piccolo spostamento compiuto, ogni trasformazione dell’energia, il completamento di ogni processo digestivo ci avvicinano o ci allontanano dall’ascolto della nostra voce. La polarità, il verso che imponiamo all’ascolto di questa voce fa la differenza, ed è un lavoro colossale che ci salva o ci perde. Non la comunicazione che è roba da insetti, ma il canto.

Come la melanconia è la tristezza diventata leggera, cosi lo humour è il comico che ha perso la pesantezza corporea e mette in dubbio l’io e il mondo e tutta la rete di relazioni che li costituiscono. (Italo Calvino)



L’intero mondo è solo un’allusione. Il raziocinio, la specialità degli appartenenti alla razza umana che consiste del dare un nome alle cose, ci allontana dalla percezione diretta. Abbiamo bisogno di un sistema di segni, attraverso il quale quello che crediamo di essere informa quello che siamo veramente. Il tratto simbolico del mondo non è un inganno ma davvero, niente è come sembra.

Pure è vero che ogni oggetto è sé stesso e non solo un’allusione. Il mondo abitato da chiunque noi possiamo vedere è lo stesso che abitiamo noi. Le intersezioni dimensionali sono spazi vuoti ma ciò non toglie che ogni dimensione ha il suo proprio scopo e funzione. Molte delle cose che non sappiamo hanno una natura informativa, altre hanno caratteri più sottili, o più grevi, a seconda della dimensione cui appartengono.

L’uomo è una creatura multidimensionale: ogni significante per lui contiene molti significati. Così mentre ci troviamo fra sconosciuti a guardare lo stesso oggetto, nello stesso momento, nello stesso mondo, vediamo cose molto diverse. La nostra disposizione amichevole crea una comunicazione che magari non è sempre informata, ma che può dare luogo ad una migliore investigazione, ad una visione più chiara e condivisibile.

Quello che ci rende così spaesati è la mancanza di radici. Possiamo andare alla deriva per un po’ ma se questa deriva si protrae nelle generazioni diventa confusa e priva di memoria. Perdiamo la memoria e questo ci conduce alla perdita di direzione, di scopo, di mezzi infine. Abbiamo bisogno di tornare al luogo che conosciamo, e di cui forse non abbiamo una memoria, abbiamo bisogno di cibo familiare, e di accendere un fuoco.