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Non c’è una lingua per dire la verità, non una per descrivere le cose come stanno. Esporre ciò che vediamo è possibile solo attraverso una risonanza comune cui dobbiamo partecipare non solo come ascoltatori, ma come casse acustiche, a riprodurre il suono udito.

Non vale la pena di vivere a lungo senza aver onorato la vita, senza aver reso omaggio alla gloria ed alla bellezza dell’esistenza umana. Ma nulla di tutto questo può davvero essere raccontato: il nostro modo di vivere è solo un esempio per chi lo può intendere, non un racconto romantico.

Non c’è ragione per la moralità, essa è il prodotto di ciò che siamo capaci di vedere, di ciò che abbiamo intuito sia lo scopo della vita, e del senso profondo di tutte le cose come una sola. L’organismo risuonante dell’intera umanità è un solo uomo, nessuno di noi è un altro.

Siamo quello che siamo in grado di intendere, ciò che siamo capaci di ascoltare. Ogni pensiero è un’onda che riceviamo, con una purezza maggiore o minore a seconda del nostro stato interiore, e comunicabile solo a chi abbia lo stesso grado di purezza.

Con il duro lavoro possiamo riconquistare l’innocenza.

 

Ozioso ogni ragionamento sull’importanza dello scrivere. Scrivere è importante ai fini della realtà: non si tratta solo dell’effetto della realtà sulla scrittura, ma viceversa dell’effetto della scrittura sulla realtà. L’osservazione di un fenomeno, visivo, acustico o altrimenti sentimentale, ne determina la realtà. La descrizione scritta, ai fini della nostra vita pratica, molto di più.

Ozioso ogni encomio alla concretezza dell’azione quotidiana. L’azione concreta non è interessante soltanto alla luce del risultato, ma nella pulizia del processo stesso, nella splendente cura che un processo umano per definizione contiene. Nella realtà, probabilmente, non c’è nessuna azione concreta: piuttosto qualcuno che scrive una canzone, qualcuno che la canta, qualcuno che la balla.

Delizioso viceversa l’encomio della disposizione oziosa, precedente come l’aurora a qualunque processo illuminato. Illuminante la nostra contemplazione nel buio della notte, intensa perchè tolta al sonno, goduta perché ci viene richiesta un’attenzione speciale, consapevole e dolcemente sofferta.

Non c’è verità nella scrittura. Essa si realizza, acquista splendore e naturalezza solo quando viene letta, in un corrispondenza interattiva di espressione e percezione perpetua, l’una a nutrire l’altra, l’una a godere dell’altra. Tra scrittore e lettore, molto più che tra scrittore e oggetto, c’è una relazione d’amore che si consuma in una dimensione silenziosa.

 

Questo gioco della comunicazione a fini di elezione, che a me pare il più perverso di tutti, non è altro che una importante messa in scena finalizzata alla vendita. Troppo facile, e piuttosto stupido, considerarsi indifferenti. Impensabile, e piuttosto triste, farsi coinvolgere.

La meditazione ideologica è interessante. La pratica di attraversamento, di visita del mondo, spesso, consiste proprio di questo. L’esposizione ad una idea, attraverso una elaborazione personale di qualità, che conduca ad una esperienza piena, conclusa, completa.

Condizione perchè questa meditazione sia utile è che essa sia qualificata, cioè pregna di qualità, impegno, intelligenza. La passione filosofica, e quindi linguistica, politica, pratica è un tratto fondamentale dell’uomo sociale, che si riunisce in comitato per popolare il mondo.

La democrazia consiste di una continua meditazione comune, della messa insieme di visioni ideologiche differenti, ai fini di una lungimirante utilizzazione degli organismi sociali, di cui siamo contemporaneamente costruttori ed abitatori. L’esercizio democratico è, pure, molto impegnativo.

Alla base dell’esercizio democratico c’è il senso del servizio: ci mettiamo al servizio della struttura che ci ha permesso di elaborare la nostra visione ideale, ci mettiamo al servizio della struttura che crediamo ci permetta di praticarla. Ci mettiamo al servizio di maestri, più esperti ed intelligenti di noi, e di una società, che ci permette di imparare da loro.

Differente la struttura gerarchica, differente l’esercizio del procurarsi un potere personale, speciale, arbitrario. E’ differente il gioco perverso in cui viene eletto al potere colui che ha organizzato una migliore tattica di offesa, colui che non intende servire, ma servirsi.

Ci sono fondamentalmente due paradigmi ideologici davanti a noi: quello per cui il maggior benessere spetta a colui che si sa distinguere, emergere in senso gerarchico, e quello per cui il proprio bene personale è il bene di tutti, in una comunità che si identifica con i propri leader.

Ciascuno degli schieramenti che incontro per la strada sostiene ambedue i paradigmi, in un esercizio di buona fede che non ha limiti in quanto a produzione di danni. Il mondo che si prestano a governare nemmeno esiste più, il loro è una specie di viaggio nostalgico insieme ai propri elettori. Di cui non posso in nessun modo farmi parte.

Mon hypothèse de travail était que toute mémoire un peu longue est plus structurée qu’il ne semble. Que des photos prises apparemment par hasard, des cartes postales choisies selon l’humeur du moment, à partir d’une certaine quantité commencent à dessiner un itinéraire, à cartographier le pays imaginaire qui s’étend au dedans de nous. En le parcourant systématiquement j’étais sûr de découvrir que l’apparent désordre de mon imagerie cachait un plan, comme dans les histoires de pirates.

Chris Marker.

Accetto senza alcuna difficoltà il concetto secondo cui la rete globale è un ecosistema. Ho in mente una struttura ecosistematica quando analizzo un qualunque fenomeno generativo e ripercussivo su questa rete. Mi interessa soprattutto il fatto che nessun ecosistema, credo per definizione, contenga una potenza demiurgica identificabile. Pure ogni sistema integrato e sostenibile, non votato perciò alla semplice autodistruzione, possiede un modo informativo invisibile, ineffabile.

Probabilmente ci sono dei nodi nella rete che credono di generare informazione, di esserne in qualche modo i creatori: ma l’informazione, in una definizione ampia quanto etimologica è ciò che da forma, che genera apparenze e contenitori. In un ecosistema degno di questo nome tocca alla cultura amministrare contenuti destinati o meno a durare, atti a nutrire o a svanire. Il ciclo dell’acqua somiglia a quello della diffusione e distribuzione di questi contenuti, pregni di oggetti proteici ed energetici.

Un ecosistema destinato a fiorire si regge su equilibri fondamentali: ciascun prodotto di scarto è nutrimento in un insieme adiacente, solo apparentemente minore o subordinato. Di conseguenza ciascun insieme ben nutrito è destinato a crescere, a diventare fonte di nutrimento ed inspirazione per altri insiemi meno vistosi o addirittura inauditi. Ma il circolo deve essere completo, la disposizione simbiotica è necessaria all’avvicendamento equilibrato. Inoltre ogni sistema ecosostenibile possiede una ciclicità osservabile.

Un ecosistema di successo implica quindi all’origine una luminosità entelechiaca forte e potente per quanto non sempre attentamente osservabile. Se la rete globale fosse destinata a divenire culla e sostegno, dovrebbe prendere una consapevolezza profonda della fonte energetica che ne ha stabilito la crescita in primis. Questa consapevolezza potrebbe diffondersi in forme differenti, profondamente utili per il rafforzamento dei tratti davvero informativi. E dare luogo ad una vera fioritura umana.

Per essere messo in condizione di sentirmi tra pari ho bisogno di sentire che queste domande non sono percepite come di cattivo gusto, che non imbarazzano o deprimono:

  • Quale è lo scopo dell’esistenza umana?
  • Quale è la struttura della coscienza umana?
  • In quale stato ci deve trovare la morte?
  • Quale è la struttura principale di apprendimento? (l’etica, l’estetica, la metafisica, etc)

Per essere coinvolto in un sistema di comunicazione devo poter sentire:

  • Che si mira al silenzio, all’equilibrio, alla sospensione del giudizio.
  • Che si adoperano modi universali, non esclusivamente verbali.
  • Che l’evoluzione umana è una priorità.
  • Che si intende formare un gruppo di pari.

Per intraprendere un impresa ricreativa, un’opera d’arte, la definizione di un ambiente di produzione finalizzato ad un’opera d’arte, devo poter sentire che si mira:

  • Alla definizione di un linguaggio comune, attraverso il consenso sul vocabolario.
  • All’affermazione di un principio guida.
  • Alla definizione di modi comuni, su cui ciascun partecipante possa contare.
  • Alla realizzazione di un ambiente, di una atmosfera in cui ci sia spazio per l’inudibile, per il non detto, per il non definito.
La differenza fra scienza e tecnologia è la stessa che c’è tra sapere e saper fare. Non è proprio scandaloso che la percezione generale consideri chiaro il primato della seconda, non dovremmo stupircene pena l’indicazione chiara della nostra ingenuità
Scienza, coscienza e conoscenza, sono parole sfuggenti alle quali viene attribuito ogni genere di valore ed utilità. La discrezione quasi arbitraria che noi attribuiamo a parole di questa portata rende chiarissima la nostra confusione, palese la nostra inconsistenza.
Stiamo abitando, anche se molti ancora sono in preparazione, un’età che passa sotto il nome di era della conoscenza. Si intende, generalmente, un età in cui gli aspetti più immateriali della produzione raggiungono il massimo valore, rispetto all’era della meccanica e a quella dell’informazione.
In realtà, il dato che conta è che il nostro intero apparato tecnologico nasce in favore e sostiene tuttora le strutture militari e quelle economiche, le quali vivono di propaganda e non di comunicazione come erroneamente si rimarca. Ogni reale comunicazione in questi due campi è riservata quando non è segreta.
Conoscenza determina scienza e coscienza, le quali interagiscono una a bilanciare l’altra. La situazione sarebbe ideale in un mondo che sa quello che fa. Un mondo in cui il valore principe è quello per cui fare è meglio di non fare, specie quando si tratta di fare danni, invece, è molto confuso.