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Passo oltre il muretto, qualche pietra si muove mentre appoggio la mano più forte del necessario. Guardo la macchia, insolita ed attraente, passerei volentieri l’estate qui. Il mare non è lontano, la casa non si vede dalla strada a causa degli alberi: i dintorni sono pulitissimi, curati e ordinati. Nessuno abita qui.

Il vuoto di coscienza sociale, sospesa per un momento in un normalissimo stato di vacanza, potrebbe generare una migliore consapevolezza, quando non rivoltare l’intera nostra percezione del mondo, evitando di trattenersi in una indulgente apologia dell’evoluzione tecnica. Potremmo immaginare un luogo in cui sospendere le nostre convenzioni.

In qualche specie di psichedelia presocratica potremmo ritrovarci all’erta, anzichè tesi ad una giustificazione dei nostri errori. Si tratterebbe di cambiare menù, di aprirsi ad un vino differente, di dormire con la testa rivolta al centro del mondo. Di cedere alla tentazione di considerare le contraddizioni come opportunità. E di lasciar andare davvero il fiato.

Forse siamo solo portati a conservare, ma non c’è forma vitale che possa essere conservata: significa soltanto sospendere il flusso vitale, in cerca di chissà quale energia non rinnovabile. Vero che abbiamo bisogno di energia, altrettanto vero che è proprio questa che cediamo in cambio di protezione, e di chissà quale sicurezza.

 

E’ probabile che l’incosapevolezza diffusa riguardo la cultura, l’insieme di tecniche adatte a trasformare quello che abbiamo in un maggiore disponibilità di mezzi, sia dovuta alla facilità che conosciamo per sprecare tutto quel poco che guadagniamo con il nostro lavoro.

Altrettanto probabile, non saprei spiegarmelo altrimenti, è che la confusione di fronte all’utilità della speculazione filosofica sia dovuta all’inconsapevolezza diffusa per cui non esiste una vita pratica, che non sia soltanto l’attualizzazione di un modello di pensiero che abbiamo elaborato e che chiamiamo personalità.

Naturalmente qualunque “fatto” possiamo considerare essenziale per la nostra vita esso dipende intieramente dalla nostra struttura gestionale ed amministrativa. Ogni “fatto” cosiddetto oggettivo che adoperiamo per spiegare il mondo a noi stessi è una visione che abbiamo strutturato in modo filosofico, grazie agli strumenti fornitici dalla nostra azione culturale che ci procura un senso economico dell’esistenza.

Abbiamo ciascuno un’esperienza culturale di maggiore o minore qualità, dovuta essenzialmente all’intensità del nostro impegno date le condizioni ambientali che ci troviamo ad abitare, di conseguenza abbiamo ciascuno un paradigma filosofico che usiamo nel percepire qualunque oggetto, da cui emerge il nostro senso economico della vita.

Si tratta quindi di una evoluzione del nostro patrimonio materiale, percettivo, etico infine, il quale, essendo lo scopo elementare della nostra esistenza, non può che muoversi, verso l’impoverimento nel caso non si lavori per l’arricchimento. Abbiamo tutti una cultura, quindi un paradigma filosofico, quindi un senso economico. Quella che cambia è la qualità.

Nel segreto c’è un contenuto da preservare; la comunicazione invece mira al dissolvimento di tutti i contenuti. Mario Perniola 2004
 

Ogni tentazione esegetica, anche quella maggiormente dotata di buona fede, impoverisce il testo. L’impulso a spiegarsi, a rendersi comprensibili anche ai meno impegnati, ha spesso un costo piuttosto alto. Non tanto perchè la diluizione renda meno percepibile la direzione, ma perchè la rende meno memorabile.

Sapere è rilevante. Anche la più sprezzabile delle erudizioni è strumento di comprensione, di pace, di verità. La lettura dei testi portanti, l’assunzione della virtù lessicale, non garantisce affatto l’illuminazione poetica ma, certo, la rende possibile. Ogni lettura parziale del mondo rende l’esistenza del conflitto perpetuabile.

La saggezza è sapere, anche se non viceversa. Dobbiamo comprendere che non c’è evoluzione senza assunzione della virtù, che non c’è società che non debba evolvere. Stima e rispetto non sono sufficienti a riunirci e rendere comune il nostro patrimonio, occorre saper leggere, scrivere e far di conto.

Here in public we are left waving flags, blowing kisses & using a lot of words (often with syntactical errors) that point in an approximate direction; not quite a map, not yet the journey, and only a rough indication of where it all might lead. RF

Quel che tiene connesso il nostro essere essenziale, il nostro autentico io, con il mondo, è la nostra visione. Nella disposizione contemplativa il fare nulla non è dolcissimo, l’impegno a mantenere la visione è estenuante. Nel processo di mantenimento del presente, di riparazione del passato e di previsione del futuro tutte le nostre energie sono impegnate.

Il nostro sguardo è fermo sul contemporaneo, sempre in moto, mentre il nostro corpo vive in un passato impressionante, memorabile, drammatico. La nostra mente è sempre impegnata ad immaginare il prossimo passo, a disegnarlo un solo momento prima, a seguirlo senza controllarlo, dirigendolo secondo natura. Perchè operare imitando la natura è la nostra aspirazione.

Non c’è niente di naturale nell’imitare la natura nei suoi modi e nei suoi processi: saremmo invece portati a lasciarci trascinare dai moti di dissoluzione che la natura genera su di noi. Saremmo portati a scendere la corrente, mentre il nostro sguardo ci porta a risalirla. Soli, a seguire il moto inverso. Come la natura.

Nell’ultima parte della sua vita, Umberto Eco si trova molto impegnato nella definizione della scienza e della tecnica mnemonica. La rilevanza di questi studi, naturalmente qualificati  aldilà di qualunque mio giudizio, non sta solo nella cultura sociale, ma anche e per me soprattutto in quella individuale.

Esiste sicuramente un fenomeno di elisione della memoria, che diventa imprecisa, selettiva o assente a seconda dei casi, ma nella nostra propria consapevolezza spesso non è chiaro. Ricordiamo ciò che amiamo ricordare, certo, inoltre dimentichiamo quel che non amiamo, o non amiamo più, ma siamo privi della coscienza di tutto questo.

Tale fenomeno, che osserviamo più o meno divertiti nelle persone anziane, riguarda in realtà tutti noi, che dell’igiene mentale non sappiamo più molto. Il nostro sapere diventa facilmente parziale, frammentato, quando non addirittura censurato, togliendoci così parte della nostra autorevolezza, nei confronti dei nostri familiari perfino, e a riguardo della nostra serenità di giudizio.

Noi abitiamo un mondo immaginario, fondato sulla nostra capacità di apprendere e di ricordare, prima che sulla nostra scelta e capacità di sospensione. Sulla nostra percezione del mondo è fondato un qualunque paradigma ideologico, filosofico, etico. La parzialità di questa visione ci preclude molte delle naturali opportunità, la realizzazione delle quali può essere il nostro scopo.

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Ci sono tratti comuni fra le opere composte in tarda età, non solo perchè il tempo delle concessioni all’epoca è finito, non solo perchè la sensazione di aver contribuito ad una generale menzogna è sottile e diffusa, ma proprio perchè è evidente, imperiosa, urgente, la necessità di dar forma a ciò che si intendeva, davvero, dire.

Le ultime sonate o quartetti di Beethoven non sono solo la sintesi dell’opera di una vita, esse sono il distillato di un intero modo di sentire, di auscultare la vita come processo percettivo, come fonte ritmata di un suono primario. Non ci sono concessioni al superfluo, al mestiere, al committente. Ma suono puro.

Per Brahms, secondo un recente commento di Mitsuko Uchida a margine degli ultimi pezzi per pianoforte, coperti di foglie gialle a nascondere un doloroso rimpianto: “c’è la sensazione che non abbia mai visto un’estate”. Per Janacek invece, il secondo dei due quartetti finali, composto per Kamila Stosslova, è definitivamente gioioso, libero, emancipato.

Mi trovo davanti ad una formidabile opera di Sir J.E.Millais, esposta alla Tate Britain in una rara opportunità che colgo con piacere, e che credo unica. Sono incantato davanti ad una idea di paesaggio che accolgo profondamente, così carica di enfasi alla Wordsworth solitario, ma pure di eccitamento e delizia nelle tessiture e colori d’autunno, sotto un cielo infinito.

Non c’è ruminazione romantica in quest’opera eccelsa: tutto viene tenuto in posizione nella chiara luce d’autunno, senza drammi e passioni. E’ la compassione che qui si prende tutto il posto: potrà non contenere le giovanili promesse della primavera, l’autunno, ma è il momento in cui le percezioni e le esperienze, e l’amore, di una vita intera trovano luogo: il momento più prezioso di tutti.