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Nella costruzione del luogo in cui risiediamo nessuna legge è stata infranta. Ogni singolo anfratto ci corrisponde, e contiene la memoria di ciò che abbiamo detto. Meglio raccogliere ogni luce a cui ci troviamo ad avere accesso, per depositarla nell’angolo della casa che intendiamo usare quando perdiamo l’orientamento.

Ogni confessione uno sgravio, ogni sguardo fermo su noi stessi una liberazione. Non c’è crimine che emerga dalla gioia: ogni abuso deriva dalla mancanza, di gioia come di direzione. La leggerezza che ci occorre per respirare un’aria migliore sta in ciò che lasciamo andare, non in ciò che conquistiamo. Non so nient’altro.

Infero è lo stato della mente rifugiata dalle responsabilità come dalle opportunità. Malevolo è l’indirizzo di una definizione a chi ci fa da specchio, e tale sarà il giudizio che tentiamo di sfuggire. L’equivoco su quello che siamo ci porta nemmeno tanto lentamente all’esclusione, proprio ciò di cui siamo responsabili nei confronti di un altro.



La rete di coincidenze che chiamiamo realtà è costituita da una tessitura mobile, instabile e mutevole. Anche i materiali sono transgenici e caratterizzati da una motilità interna, che nulla aggiunge in termini di sicurezza e garanzia: le nostre speciali ossessioni. Gli amministratori ci promettono quasi soltanto sicurezza, la cosa meno probabile dell’universo, per conquistare il nostro consenso.

I dispositivi di rinforzo della nostra rete: famiglia, occupazione e proprietà privata, sono in dissoluzione davanti agli occhi di tutti, eppure promesse di tutela, completamente campate in aria, sono l’oggetto dell’azione di propaganda di ogni parte. In una difesa pseudointegralista di questi valori si cela ogni abdicazione di responsabilità, ogni legittimazione speculativa. Senza rinforzi, intanto, la rete cede.

Da parte mia non c’è nessun timore per questa cedevolezza, che considero naturale ed accettabilissima. La tragedia sta tutta nella percezione comune, che i miei vicini hanno, e nella agghiacciante condizione emotiva in cui questi precipitano. La fede che abbiamo in una qualunque interpretazione della realtà deve necessariamente, comunque, venir messa a dura prova e resistere tanto quanto è solida.

Come la nostra mente si comporti, di fronte alla cessazione della fede, è un oggetto importante della mia osservazione. Credo che la consapevolezza del nostro stato attuale sia una priorità, anche più di ogni senso funzionale alla visione positiva di per sè, ad ogni costo. Credo che il miglior punto di partenza sia quello in cui siamo, eccetto che può darsi che non lo conosciamo.



Un alito, un solo leggero refolo, basta per turbare il nostro equilibrio di esseri sociali, identici, riconoscibili. Giorno dopo giorno la nostra intera energia vitale è impiegata a mantenere questo friabilissimo gioco della personalità. Giochiamo una partita in cui tutto può essere perso, ogni costrutto di identità.

Lavoriamo su ciò che non si sposta, la manutenzione dell’aleatorio. La nostra intesa con l’universo si svela priva di qualunque forma, priva di fatti, e di atti pure, che da noi stessi possano venir originati. Sono così tante e tali, le movenze attorno a noi fluttuanti, che a malapena possiamo sorridere dell’assunto creativo di cui ci illudiamo.

La nostra esistenza è simbolica, ogni assunto universale è enigmatico, un piccolo ago caduto sulle nostre certezze può rovesciarle. Eppure un’azione densa di qualità, il più piccolo dei gesti splendidamente eseguiti, può mutare il corso della tempesta, dirigere il vento e le stelle. In fondo l’esistenza davvero umana risuona attraverso le atmosfere.

L’unità delle esistenze umane, anche nel tempo, si regge su specialissimi codici ricreativi, fondati sulla risonanza empatica, su di un liguaggio articolato ricco e potente. L’aspirazione alla condizione umana è diffusa e guardata con timore, tra le schiere del non ancora esistente. Ciò che ci separa dal prossimo passo è un solo gesto di qualità.



Quale protezione abbiamo messo in atto di fronte allo spalancarsi della realtà? Le mie sono trasparenza e pulizia. Tutto quello che so posso riassumerlo in qualche breve, chiara battuta, ma quello che so è il risultato di un’idea acquisita, attraverso un prolungato esercizio ed adattata, attraverso dure prove di resistenza nel tempo.

Ogni possibile idea attraversi il mio spazio di esercizio è percepita per chiarezza e luminosità. Essa però rimane solo un’idea, amabile oggetto di conversazione soltanto, finchè non sia incorporabile nella mia pratica quotidiana, attraverso condizioni ed umori i più varii, senza per questo perdere chiarezza e luminosità.

Lo spalancarsi della realtà è ciò per cui ci stiamo preparando (o meno) ed alla presenza del quale si vedrà chi siamo, ci riconosceremo tra di noi, ed avremo accesso (o meno) al mondo nuovo. La lettura dei segni, l’architettura fonetica e l’acrobazia escatologica sono le materie di apprendimento. Metri e giudizi sono applicati dall’autorità del caso.

Abbiamo a disposizione tre sole tradizioni: l’astrologia, il modo di lettura dei segni sensibili ed evidenti. L’illusionismo, l’abilità pratica di incastrare un elemento costituente il nostro mondo favorito in un altro. La giocoleria, la capacità metafisica di articolare un movimento che ne implichi un altro senza attrito, oppure con un attrito che produca una nuova forma di energia.

Mon hypothèse de travail était que toute mémoire un peu longue est plus structurée qu’il ne semble. Que des photos prises apparemment par hasard, des cartes postales choisies selon l’humeur du moment, à partir d’une certaine quantité commencent à dessiner un itinéraire, à cartographier le pays imaginaire qui s’étend au dedans de nous. En le parcourant systématiquement j’étais sûr de découvrir que l’apparent désordre de mon imagerie cachait un plan, comme dans les histoires de pirates.

Chris Marker.

Accetto senza alcuna difficoltà il concetto secondo cui la rete globale è un ecosistema. Ho in mente una struttura ecosistematica quando analizzo un qualunque fenomeno generativo e ripercussivo su questa rete. Mi interessa soprattutto il fatto che nessun ecosistema, credo per definizione, contenga una potenza demiurgica identificabile. Pure ogni sistema integrato e sostenibile, non votato perciò alla semplice autodistruzione, possiede un modo informativo invisibile, ineffabile.

Probabilmente ci sono dei nodi nella rete che credono di generare informazione, di esserne in qualche modo i creatori: ma l’informazione, in una definizione ampia quanto etimologica è ciò che da forma, che genera apparenze e contenitori. In un ecosistema degno di questo nome tocca alla cultura amministrare contenuti destinati o meno a durare, atti a nutrire o a svanire. Il ciclo dell’acqua somiglia a quello della diffusione e distribuzione di questi contenuti, pregni di oggetti proteici ed energetici.

Un ecosistema destinato a fiorire si regge su equilibri fondamentali: ciascun prodotto di scarto è nutrimento in un insieme adiacente, solo apparentemente minore o subordinato. Di conseguenza ciascun insieme ben nutrito è destinato a crescere, a diventare fonte di nutrimento ed inspirazione per altri insiemi meno vistosi o addirittura inauditi. Ma il circolo deve essere completo, la disposizione simbiotica è necessaria all’avvicendamento equilibrato. Inoltre ogni sistema ecosostenibile possiede una ciclicità osservabile.

Un ecosistema di successo implica quindi all’origine una luminosità entelechiaca forte e potente per quanto non sempre attentamente osservabile. Se la rete globale fosse destinata a divenire culla e sostegno, dovrebbe prendere una consapevolezza profonda della fonte energetica che ne ha stabilito la crescita in primis. Questa consapevolezza potrebbe diffondersi in forme differenti, profondamente utili per il rafforzamento dei tratti davvero informativi. E dare luogo ad una vera fioritura umana.

Affondiamo spesso in una trappola linguistica, testo e contesto si imbrogliano a vicenda per esempio, in cui il peggior nemico dell’innovazione è la falsa innovazione, il peggior nemico della condotta etica è la falsa etica. Tutto deriva da una assurda logica che subordina il sapere al saper fare, la comprensione al pragmatismo.

Mi interessa poco il processo filosofico e dialettico in cui il pragmatismo si afferma, credo poco alle logiche Kantiane (o Hegeliane peraltro): non perdo troppo tempo con il giudizio morale meno che maturo insomma, vera nemesi di ogni etica solida e utile. Quel che mi preme è la competenza in termini di condotta etica, la capacità di adattamento alle condizioni nuove.

In termini di applicazioni pratiche ci sono dominii in cui una falsa competenza etica inganna, gli scacchi per esempio, l’aritmetica, o certa amatissima musica classica, in cui semplicemente si vince o si perde, si azzecca o si sbaglia, dimensioni in cui l’errore creativo non ha spazio, e l’umanità si dissolve. Ma i neonazisti godono.

Nelle diverse dimensioni cosiddette economiche, quelle della produzione infinita ovvero della distribuzione di massa, alcune essenze elementari sono invertite: così come è vero che non esiste alcuna “creazione di ricchezza”, è vero pure che molte questioni di semplice distribuzione sono considerate evolutive o addirittura creative.