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Mi chiedo quale sia il peso della responsabilità personale nella percezione attuale. La domanda è complessa e articolata, ma potrebbe ottenere uno slittamento della visione a parziale risposta: mi chiederei quale sia il peso della responsabilità altrui nella percezione personale.

Molte teorie della percezione indiretta sono abbastanza correttamente esposte: il gioco della illusione a spiegare per esempio lo stato di delusione, l’architettura della metafora a spiegare l’incomunicabilità del percepito, l’intera storia della poesia a sostenere l’allusione.

La nostra capacità di stare al passo con il percepito è subordinata alla qualità della percezione. Se intuiamo l’esistenza di un mondo superiore a quello che siamo capaci di abitare il primo passo per uno slittamento percettivo è già compiuto. Occorre stabilire come raggiungere questo livello ulteriore.

La pratica di un qualunque mondo, a causa del potere mai sopravvalutato dell’abitudine, finisce per rendere quel mondo l’unico reale. La pratica dello slittamento fra un mondo e l’altro rompe la consistenza percettiva, ed infine frantuma le abitudini. Chi può sopravvivere può aspirare al paradiso.

Immaginiamo di emergere da un sonno che ha coperto un’intera stagione. Il nostro dominio, l’area che conosciamo, con cui siamo familiari, è mutata nel colore, nella consistenza, nelle forme e nei suoni. Muoviamo passi prudenti, a ricostruire la nostra connessione con l’ambiente.

La nostra percezione di noi stessi, la nozione dei luoghi e dei nostri simili, l’intera nostra definizione del mondo è depositata nella nostra memoria, in quella che consideriamo la prova dell’esistenza come la conosciamo. Non c’è nulla di più discontinuo e fragile, eppure: è tutto quello che abbiamo.

Ricordiamo di avere compiuto un percorso di esperienza, ricordiamo un senso anche profondo della nostra intelligenza, crediamo di essere una persona continua, che ha attraversato un certo spazio e tempo, adattandosi alla mutazione, costruendo connessioni affettive, fisiche, ideali.

La nostra memoria è legata a ben altro che alla nostra consapevolezza. Pure l’accesso alla memoria è determinato dalla nostra capacità di metter piede in un area inconsapevole e frammentata, la nostra esistenza multidimensionale ed extratemporale, che è la nostra vera realtà: ugualmente siamo quello che ricordiamo.

 
 

Proviamo ad ammettere che l’intero nostro immaginario, la somma e l’insieme delle nostre coordinate emotive possa fermarsi. Che l’apparato gestuale che consideriamo essere il nostro presente cessi di funzionare. Proviamo a vedere i nostri pregiudizi psichici come una variabile, anzichè come una costante. 

Nella straordinaria e fragilissima equazione che è la nostra esistenza attuale esistono molte incognite. Pure essa rimane un flusso equabile, leggibile se avessimo un’altra conoscenza, maggiore e più lucida. La conoscenza necessaria per considerare correttamente le incognite è la conoscenza del tempo.

Il nostro strumento di lettura del tempo è difettoso: esso ha la stessa struttura dell’insieme tecnico che chiamiamo memoria. Comprensibilmente noi sappiamo e crediamo solo quello che ricordiamo, così, inevitabilmente i nostri strumenti di navigazione, di esplorazione, sono limitati e discontinui.

Affrontare i limiti della nostra memoria percettiva individuale è possibile solo attraverso una connessione, allo stesso modo indipendente quanto interdipendente, con i nostri simili. Nessuno di noi, in effetti, possiede le costanti dell’equazione, perchè noi stessi siamo le costanti, uno per l’altro. Ciò che sappiamo davvero lo sappiamo insieme, ciò che ricordiamo in realtà lo ricordiamo soltanto insieme.

Le costanti sono equabili solo in presenza di una comunicazione autentica, pure tra le diverse parti di noi sparse nel tempo.  L’unica storia a cui forse possiamo riferirci non è una storia individuale, forse nemmeno esistono le storie individuali. I tratti necessari alla nostra memoria sono condivisi, come il filo che lega le perle.