Archivi Categorie: dancing



Nel mio imperdonabilmente ingenuo modo di attraversare il mondo incontro indifferenza, aggressività, oltre alla mancanza di una vita interiore e della ricerca di un significato della vita umana sulla terra. Non che mi manchi la pratica o che io sia personalmente sconvolto da tutto questo, ma mi restano delle perplessità.

I miei vicini hanno una sempre sorprendente difficoltà emotiva ad accettare i propri sentimenti. Questo li conduce, come capita pure a me, ad una certa rigidità mentale in termini di opportunità da cogliere, e ad una grande indecisione fisica nel godersi questo meraviglioso pianeta e le sue lussureggianti meraviglie.

Dovremmo cantare assieme, cucinare assieme, ma almeno: dobbiamo ringraziare insieme mentre spezziamo il pane. Anche se non siamo tutti capaci di mantenere una conversazione completa mentre ci sediamo allo stesso tavolo a mangiare, dovremmo apprenderne la tecnologia. Perchè abbiamo un terribile bisogno di questa forma di compagnia, mentre affrontiamo eccitazioni e depressioni comuni.

Una delle cause di questa acuta psicopatogenesi che ci circonda è che le parole vanno in frantumi e diventano insignificanti. Diventa improbabile sostenere una buona conversazione quando siamo depressi, ma non è impossibile stare insieme. Un buon pranzo ci serve a ricordare quanto fortunati siamo ad essere in un luogo in cui le parole, se le usiamo con considerazione prendendole dal cuore, possono ancora essere significanti e deliziose.



Psicopatico (o almeno sociopatico) é chiunque manchi di sincronizzazione con la nostra versione del mondo. L’epitteto è rivolto, con astio e un segreto timore, a chi ci si para davanti, palesemente indifferente ai nostri valori morali, alla nostra prudenza controllata, alle nostre sacre proprietà. Sembriamo psicopatici a chi consideriamo psicopatico.

Ci sono delle specifiche tecniche: se la mancanza di consapevolezza è informale quanto la sua presenza, la coscienza è il tratto definitivo. La relazione con una coscienza superiore al nostro vile interesse del momento è ciò che ci preserva di fronte a noi stessi. L’esercizio di ricognizione, compiuto in presenza di un’autorità, è l’unico provvedimento alla nozione di sè stessi.

In altre parole: ci deve essere un punto davvero fermo per misurare il proprio stato, di stazione in stazione perdiamo il senso della presenza a noi stessi, e siamo a vero rischio di disorientamento. Ancora: il pericolo non sta nel disorientamento fra stazione e stazione, ma nella perdita della nozione del proprio stato, necessariamente confermata solo da chi è più autorevole di noi.

Perdere la salute mentale, cioè ogni chiarezza e ordine, per quanto facile è transitorio. Identità e comunità con i nostri vicini sono utilissime finchè i nostri vicini conservano chiarezza e ordine, poi, meglio cambiare vicini. L’esercizio della chiarezza e dell’ordine, specie nelle piccole cose compiute superbamente ogni giorno, genera pulizia mentale, e salute sociale.

 

La definizione del mondo che usiamo ogni giorno è la definizione del mondo che stiamo abitando in atto. Pure se abitiamo tutti lo stesso mondo la nostra percezione è differente e la nostra descrizione riguarda luoghi differenti. Anche se rimane un certo spazio di manovra immaginale ciascuno di noi bada alla manutenzione (o alla dissoluzione) del suo mondo speciale.

Se vedessi la necessità di mantenere in vita ogni mondo mi impiegherei nel farlo. Ma io non credo che il mondo in cui i servi sono i padroni, per esempio, mi riguardi. L’azzardo implicito in questa definizione non mi sfugge, eppure ci sono molti azzardi di cui dovremmo avere molto più timore. Dovremmo ricordare che abbiamo una sola possibilità e pochissimo tempo.

Quel che mi spaventa, per esempio, è essere in balia di un tempo che corre velocissimo e rende ridicole le nostre esistenze in quella forma che chiamiamo io. Mi spaventa il buio ritiro in cui inconsapevolmente entriamo. Mi spaventa pure il ringhio rivolto a chi non è incatenato. Mi spaventa l’orrore di chi ha paura di annegare.

Misuriamo ogni cosa con il nostro braccio, ma chi vede una misura diversa non è affatto parte dello stesso mondo. Se si considera lecito procurarsi denaro per avere più potere allo scopo di ottenere infine l’oggetto desiderato, dimostrando una profonda incoscienza dei reali flussi energetici, si è parte di un mondo pericoloso ed infido, privo di qualunque salvezza.

Nel mondo che attraverso ogni giorno, travolgente e selvaggio, non c’è spreco di energia. Il cibo è sano e solido, e molto difficile da procurare. La connessione profonda con l’ambiente naturale è l’unica possibilità di nutrirsi, c’è bisogno di buone braccia e buone gambe, di una vista acuta ed un orecchio affilato. Perchè ogni indicazione appare una sola volta.



La più alta aspirazione per un essere cognitivo è la capacità di intuizione. Vedere senza neppure aver guardato, trovare senza neppure aver cercato è la normale condizione umana, alla quale occorre aspirare, ma l’intuizione è davvero qualcosa di più. E’ la capacità di vedere la forma delle cose a venire, che non sono propriamente davanti ai nostri occhi.

Il nostro giudizio è spesso corrotto: pure l’esercizio della visione istantanea, senza preparazione ed adattamento è totalmente subordinato alla nostra capacità di giudizio. L’esperienza di questa visione, che è la nostra salvezza, è diluita, quando non è falsata, dalla nostra incapacità di essere imparziali. Cadiamo nella trappola di favorire ciò che ci piace, e viceversa.

La bellezza delle persone che incontriamo, per esempio, trae in inganno la nostra sensitività. La bellezza di un essere umano è determinata da pochi fattori: la funzionalità del suo sistema endocrino, la pulizia dei suoi movimenti micro e macroscopici, la sua consapevolezza della necessità del sorriso. Eppure pensiamo semplicemente che quel che è di nostro gusto sia oggettivamente la bellezza.

Tutti pensiamo di aver elaborato un giudizio sofisticato, di avere gusto, sentimento, capacità di godere nelle giuste condizioni. Ma solo alcuni di noi sanno riconoscere una intuizione di qualità, una visione interiore che ci permette di definire brevemente e chiaramente la qualità di fronte alla quale ci veniamo a trovare. Questa capacità soltanto ci permette di trascendere il mondo.

Mi chiedo quale sia il peso della responsabilità personale nella percezione attuale. La domanda è complessa e articolata, ma potrebbe ottenere uno slittamento della visione a parziale risposta: mi chiederei quale sia il peso della responsabilità altrui nella percezione personale.

Molte teorie della percezione indiretta sono abbastanza correttamente esposte: il gioco della illusione a spiegare per esempio lo stato di delusione, l’architettura della metafora a spiegare l’incomunicabilità del percepito, l’intera storia della poesia a sostenere l’allusione.

La nostra capacità di stare al passo con il percepito è subordinata alla qualità della percezione. Se intuiamo l’esistenza di un mondo superiore a quello che siamo capaci di abitare il primo passo per uno slittamento percettivo è già compiuto. Occorre stabilire come raggiungere questo livello ulteriore.

La pratica di un qualunque mondo, a causa del potere mai sopravvalutato dell’abitudine, finisce per rendere quel mondo l’unico reale. La pratica dello slittamento fra un mondo e l’altro rompe la consistenza percettiva, ed infine frantuma le abitudini. Chi può sopravvivere può aspirare al paradiso.

Quel che maggiormente desideriamo è prevedere il futuro. Usciamo con una certa ansia ogni mattina per sapere se avevamo ragione, se i fatti ci hanno dato ragione. Incontriamo persone che conosciamo e pure la loro vita ha preso una direzione che avevamo previsto. Sapevamo già che quel che doveva succedere era inevitabile. In quale altro modo sarebbe potuta andare?

Ciò di cui abbiamo più paura è prevedere il futuro. Una capacità che emerge, lucida, dal nostro modo di vedere le cose come stanno. Ciò che temiamo di più è che ciò che vediamo, quel che comprendiamo senza poterlo accettare, non si posi soltanto nella nostra esperienza, ma possa, attraverso il più naturale dei processi, raggiungere la nostra consapevolezza, depositarsi nella nostra memoria.

Ciò che vogliamo è che la storia si ripeta, precisamente ed incessantemente, com’è accaduta nel nostro ricordo. Vogliamo la gioia della nostra prima automobile, della nostra prima casa, vogliamo che quella gioia si ripeta. Speriamo nella ripresa dei consumi, nella ripresa del nostro potere d’acquisto di un benessere che da solo basta a sostenerci. Vogliamo più diritti, e meno tasse.

Quello di cui abbiamo bisogno è di una completa intelligenza con i nostri simili, abbiamo bisogno della messa in comune di un patrimonio di conoscenza che è fonte di gioia, abbiamo bisogno di compassione, di pietas. Quello di cui abbiamo bisogno è una esperienza adattabile, che comprenda principi utilizzabili e visioni traferibili: abbiamo bisogno di comunione, ed è la nostra sola speranza.