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Semplicissimo è il sistema e l’ordine della macchina umana in natura, pochissime le molle e i principii che la compongono, ma noi discorrendo degli effetti che sono infiniti e infinitamente variabili secondo le circostanze, moltiplichiamo gli elementi, le parti, le forze del nostro sistema, e dividiamo, e distinguiamo, e suddividiamo delle facoltà, dei principi, che sono realmente unici e indivisibili, benché producano e possano sempre produrre non solo nuovi, non solo diversi, ma anche effetti contrari.

Giacomo Leopardi
Zibaldone
20 Novembre 1821

 
 


Una leggera deviazione, nella nostra teoria del consumo, si trova davvero in obbligo. Il comfort standard di cui siamo circondati, in termini di apparecchi casalinghi e supporti di intrattenimento, in fondo, non è sempre stato un dato. Il fatto che mia madre sia nata in un mondo privo di lavatrici ed anche di frigoriferi non è una romantica reminescenza dei tempi oscuri, ma piuttosto una nozione della possibilissima nostra indipendenza dall’eccessiva comodità.

Qualunque cosa crediamo: una nuova povertà è dietro l’angolo. Non solo a causa dell’abuso dei nostri plutocrati avventurieri, ma anche per una semplice insostenibilità dimostrata dei nostri modi. Propongo una frugalità che non si confonda con la miseria, una attitudine psichica che tenda a liberarsi di false necessità e ad acquisire gioie maggiormente praticabili.

Questa tensione necessaria, verso un maggiore equilibrio tra spesa, consumo e capacità di produzione, richiede un ripensamento di un certo spessore, ed è fuori di dubbio che non si potrà negarne l’urgenza. Credo non sia necessario fare ricerca alla Bocconi per capirlo, le nostre abitudini stanno un po’ al di sopra di qualunque misurazione dei mezzi.

La struttura del credito al consumo, e della produzione conseguente, è fondata sull’equa distribuzione, non certo sul possesso esclusivo. Lo sbilanciamento sociale della capacità di conforto materiale è quanto di più pericoloso per qualunque struttura, in modo particolare per quella in cui anche le funzioni formative e sanitarie soffrono di questa eccessiva iniquità.



La giustizia è un esercizio che non riguarda gli umani. Inoltre chi deroga alle sue responsabilità di essere umano sembra essere addirittura indifferente alla verità, così come alla menzogna. La struttura legale sembra desideri occuparsi solo di opportunità e decenza, sempre dipendenti dall’opinione pubblica del momento, sempre pronta a mutare secondo gusti e desideri.

Il comandamento cristiano, il precetto giudaico, norme e regole condivise dalle religioni a noi familiari sono sempre meno comprensibili ed in effetti, comprese. Sembra che il nostro dovere e ciò di cui abbiamo veramente bisogno siano soltanto opzionali, di fronte alla semplice convenienza del momento. Buffo inoltre pensare che ciò che ci conviene non sia ciò di cui abbiamo bisogno.

La legge è determinata da intelligenza ed esperienza, dalla capacità di vedere le cose come stanno e di prevedere mutazioni ed adattamenti in divenire. La legge è importante soprattutto per chi non ha una visione chiara e continua, per chi è confuso da attività parziali ed arbitrarie, per chi non possiede una buona fede. Chi guarda il mondo considera la legge necessaria, chi non vede la realtà non sa cosa lo aspetta.

L’uso di una intelligenza continua, fluida ed adattabile, genera l’unica esperienza autentica: la percezione di un universo mai uguale a sè stesso. Ciò che nell’universo è fermo, definizione impraticabile dal punto di vista umano, realizza il principio, utilizzabile per chiunque compia un’azione autentica, cioè di creazione ed ordine.



La più alta aspirazione per un essere cognitivo è la capacità di intuizione. Vedere senza neppure aver guardato, trovare senza neppure aver cercato è la normale condizione umana, alla quale occorre aspirare, ma l’intuizione è davvero qualcosa di più. E’ la capacità di vedere la forma delle cose a venire, che non sono propriamente davanti ai nostri occhi.

Il nostro giudizio è spesso corrotto: pure l’esercizio della visione istantanea, senza preparazione ed adattamento è totalmente subordinato alla nostra capacità di giudizio. L’esperienza di questa visione, che è la nostra salvezza, è diluita, quando non è falsata, dalla nostra incapacità di essere imparziali. Cadiamo nella trappola di favorire ciò che ci piace, e viceversa.

La bellezza delle persone che incontriamo, per esempio, trae in inganno la nostra sensitività. La bellezza di un essere umano è determinata da pochi fattori: la funzionalità del suo sistema endocrino, la pulizia dei suoi movimenti micro e macroscopici, la sua consapevolezza della necessità del sorriso. Eppure pensiamo semplicemente che quel che è di nostro gusto sia oggettivamente la bellezza.

Tutti pensiamo di aver elaborato un giudizio sofisticato, di avere gusto, sentimento, capacità di godere nelle giuste condizioni. Ma solo alcuni di noi sanno riconoscere una intuizione di qualità, una visione interiore che ci permette di definire brevemente e chiaramente la qualità di fronte alla quale ci veniamo a trovare. Questa capacità soltanto ci permette di trascendere il mondo.

Quel che maggiormente desideriamo è prevedere il futuro. Usciamo con una certa ansia ogni mattina per sapere se avevamo ragione, se i fatti ci hanno dato ragione. Incontriamo persone che conosciamo e pure la loro vita ha preso una direzione che avevamo previsto. Sapevamo già che quel che doveva succedere era inevitabile. In quale altro modo sarebbe potuta andare?

Ciò di cui abbiamo più paura è prevedere il futuro. Una capacità che emerge, lucida, dal nostro modo di vedere le cose come stanno. Ciò che temiamo di più è che ciò che vediamo, quel che comprendiamo senza poterlo accettare, non si posi soltanto nella nostra esperienza, ma possa, attraverso il più naturale dei processi, raggiungere la nostra consapevolezza, depositarsi nella nostra memoria.

Ciò che vogliamo è che la storia si ripeta, precisamente ed incessantemente, com’è accaduta nel nostro ricordo. Vogliamo la gioia della nostra prima automobile, della nostra prima casa, vogliamo che quella gioia si ripeta. Speriamo nella ripresa dei consumi, nella ripresa del nostro potere d’acquisto di un benessere che da solo basta a sostenerci. Vogliamo più diritti, e meno tasse.

Quello di cui abbiamo bisogno è di una completa intelligenza con i nostri simili, abbiamo bisogno della messa in comune di un patrimonio di conoscenza che è fonte di gioia, abbiamo bisogno di compassione, di pietas. Quello di cui abbiamo bisogno è una esperienza adattabile, che comprenda principi utilizzabili e visioni traferibili: abbiamo bisogno di comunione, ed è la nostra sola speranza.

Continuo a credere che l’unico tratto di comunicazione che ci tiene uniti è il gigantesco corpo a cui tutti ci riferiamo. Il limite sta tutto nella nostra fondamentale incapacità di godere di questo corpo come tale. Esso è il punto che guardiamo per sentire la presenza dell’altro, che non possiamo percepire direttamente.

Nessun punto appartenente al circolo è consapevole degli altri direttamente. Essendo poi che troviamo una grande difficoltà a percepire noi stessi come la circonferenza, non possiamo che connetterci attraverso il centro. Siamo nel cerchio, possiamo solo intuire uno nell’occhio dell’altro.

I segni sulla superficie della terra sono stati tracciati perchè possiamo percepire noi stessi. Le strade sotto i nostri piedi, le cupole sopra le nostre teste, indicano una sola connessione: tutto ciò che vediamo ci appartiene, non possiamo godere solo di ciò su cui il nostro occhio non sa posarsi.

Ogni fenomeno fisico di simpatia è un fenomeno di risonanza. L’investigazione va condotta attraverso un percorso simpatico, vibrante su frequenze familiari e ritmiche, la linearità è solo un dispositivo di traduzione, di condotta attraverso i momenti di interruzione della coscienza.