Una leggera deviazione, nella nostra teoria del consumo, si trova davvero in obbligo. Il comfort standard di cui siamo circondati, in termini di apparecchi casalinghi e supporti di intrattenimento, in fondo, non è sempre stato un dato. Il fatto che mia madre sia nata in un mondo privo di lavatrici ed anche di frigoriferi non è una romantica reminescenza dei tempi oscuri, ma piuttosto una nozione della possibilissima nostra indipendenza dall’eccessiva comodità.
Qualunque cosa crediamo: una nuova povertà è dietro l’angolo. Non solo a causa dell’abuso dei nostri plutocrati avventurieri, ma anche per una semplice insostenibilità dimostrata dei nostri modi. Propongo una frugalità che non si confonda con la miseria, una attitudine psichica che tenda a liberarsi di false necessità e ad acquisire gioie maggiormente praticabili.
Questa tensione necessaria, verso un maggiore equilibrio tra spesa, consumo e capacità di produzione, richiede un ripensamento di un certo spessore, ed è fuori di dubbio che non si potrà negarne l’urgenza. Credo non sia necessario fare ricerca alla Bocconi per capirlo, le nostre abitudini stanno un po’ al di sopra di qualunque misurazione dei mezzi.
La struttura del credito al consumo, e della produzione conseguente, è fondata sull’equa distribuzione, non certo sul possesso esclusivo. Lo sbilanciamento sociale della capacità di conforto materiale è quanto di più pericoloso per qualunque struttura, in modo particolare per quella in cui anche le funzioni formative e sanitarie soffrono di questa eccessiva iniquità.


