Archiviazioni mensili: Aprile 2008

Semplicissimo è il sistema e l’ordine della macchina umana in natura, pochissime le molle e i principii che la compongono, ma noi discorrendo degli effetti che sono infiniti e infinitamente variabili secondo le circostanze, moltiplichiamo gli elementi, le parti, le forze del nostro sistema, e dividiamo, e distinguiamo, e suddividiamo delle facoltà, dei principi, che sono realmente unici e indivisibili, benché producano e possano sempre produrre non solo nuovi, non solo diversi, ma anche effetti contrari.

Giacomo Leopardi
Zibaldone
20 Novembre 1821

 
 


La necessità è la madre di ogni azione equa, la sufficienza ne è l’equa conseguenza. Mantenere l’equilibrio che regge l’umanità è un lungo e laborioso processo, in tale processo ogni ciclo umano si ripete molte volte. Camminare sul filo del mondo rende l’evoluzione molto difficile, il passaggio da impossibile a molto difficile, infatti, avviene mercè l’abilità dell’esecutore.

Ogni carico rende l’evoluzione difficile, spogliarsi delle bardature dell’epoca è il gesto di ogni sincero facitore di realtà. Nell’eseguire il compito una speciale agilità da giocoliere è richiesta: il volatile proposito di fermare il tempo. Tutta qui la distinzione fra il fare necessario e la miserabile cura dei propri interessi.

Raccontare la propria storia, proprio mentre si svolge e con la miglior fede, è un grande gesto di attenzione. Per raccontare una storia sono necessari un inizio, un fine, è una favolosa attenzione ai dettagli nel mezzo. Quel che crediamo essere la nostra storia, spesso, è solo l’ossessione che abbiamo per i dettagli che segnano il nostro personaggio.

Davvero contento sono solo quando ho mangiato pesce. Ho anche molti altri motivi per essere contento: tanti che, pure, me ne vergogno un po’. Gli accordi di nona, per esempio, specie in Re maggiore, facilitano la mia produzione epatica, quelli di tredicesima fanno gioire addirittura le mie ghiandole surrenali. Ogni minerale di cui io abbia bisogno, in effetti, si trova anche nei sardoni di Barcola.

La mia disposizione metafisica è piuttosto corroborata soprattutto dall’uso della malvasia istriana. Certo, i francesi mi hanno sempre confortato, lo chateau d’Yquem è il mio ideale epistemologico, per non parlare di quel calvados che mio padre aveva trovato. Ma la ribolla gialla di Cormons contiene, in potenza, tutti i principi etici di cui posso avere bisogno, alla luce delle necessità antropologiche.

Ho un debole per il suono dei pickups combinati delle Stratocaster del ‘65, quelli che ci fece sentire Albert Collins, che con un piccolo trucco riusciva a vedere più in là dello stesso Leo Fender. Anche il tocco vetrato sulle corde, con le nuances necessarie quanto ineffabili di Ry Cooder, introduce in questa parte dell’universo il gusto ed il senso dell’autentico combattimento: quello che conduce alla sconfitta della miseria.

Non è facile, oggi, procurarsi del vino erotico. Questi tecnici sanno sintetizzare qualunque gusto, queste dannate barriques aggiungono forti odori profondamente stranieri neanche fossero Dior, ma il senso della pietra carsica di certe quasi ignote bevute, illuminate dalle lampade a petrolio, mancano. Il vino è come il pensiero, quand’è manipolato, manca di introdurre la naturale riproduzione.



Nella costruzione del luogo in cui risiediamo nessuna legge è stata infranta. Ogni singolo anfratto ci corrisponde, e contiene la memoria di ciò che abbiamo detto. Meglio raccogliere ogni luce a cui ci troviamo ad avere accesso, per depositarla nell’angolo della casa che intendiamo usare quando perdiamo l’orientamento.

Ogni confessione uno sgravio, ogni sguardo fermo su noi stessi una liberazione. Non c’è crimine che emerga dalla gioia: ogni abuso deriva dalla mancanza, di gioia come di direzione. La leggerezza che ci occorre per respirare un’aria migliore sta in ciò che lasciamo andare, non in ciò che conquistiamo. Non so nient’altro.

Infero è lo stato della mente rifugiata dalle responsabilità come dalle opportunità. Malevolo è l’indirizzo di una definizione a chi ci fa da specchio, e tale sarà il giudizio che tentiamo di sfuggire. L’equivoco su quello che siamo ci porta nemmeno tanto lentamente all’esclusione, proprio ciò di cui siamo responsabili nei confronti di un altro.



Passo oltre il muretto, qualche pietra si muove mentre appoggio la mano più forte del necessario. Guardo la macchia, insolita ed attraente, passerei volentieri l’estate qui. Il mare non è lontano, la casa non si vede dalla strada a causa degli alberi: i dintorni sono pulitissimi, curati e ordinati. Nessuno abita qui.

Il vuoto di coscienza sociale, sospesa per un momento in un normalissimo stato di vacanza, potrebbe generare una migliore consapevolezza, quando non rivoltare l’intera nostra percezione del mondo, evitando di trattenersi in una indulgente apologia dell’evoluzione tecnica. Potremmo immaginare un luogo in cui sospendere le nostre convenzioni.

In qualche specie di psichedelia presocratica potremmo ritrovarci all’erta, anzichè tesi ad una giustificazione dei nostri errori. Si tratterebbe di cambiare menù, di aprirsi ad un vino differente, di dormire con la testa rivolta al centro del mondo. Di cedere alla tentazione di considerare le contraddizioni come opportunità. E di lasciar andare davvero il fiato.

Forse siamo solo portati a conservare, ma non c’è forma vitale che possa essere conservata: significa soltanto sospendere il flusso vitale, in cerca di chissà quale energia non rinnovabile. Vero che abbiamo bisogno di energia, altrettanto vero che è proprio questa che cediamo in cambio di protezione, e di chissà quale sicurezza.