Irresistibili, copia, incolla e medita, La Grazia Divina resti con Clelia Mazzini.
Notate che nei pazzi più malinconici e disperati è naturale e frequente un riso stupido e vuoto, che non viene da più lontano delle labbra. Vi prenderanno per la mano con uno sguardo profondissimo, e nel lasciarvi vi diranno addio con un sorriso che parrà più disperato e più pazzo della stessa disperazione e pazzia. Cosa che è notabile anche nei savi ridotti alla disperazione, e soprattutto dopo aver concepito una risoluzione estrema, che li fa riposare appunto in questa estremità d’orrore, e li placa, come già sicuri della vendetta sopra la fortuna e se stessi (1)
Che se d’affetti
orba la vita, e di gentili errori,
è notte senza stelle a mezzo il verno,
già del fato mortale a me bastante
e conforto e vendetta è che su l’erba
qui neghittoso immobile giacendo,
il mar la terra e il ciel miro e sorrido. (2)
Ridendo dei nostri mali, trovo qualche conforto; e procuro recarne altrui nello stesso modo. Se questo non mi vien fatto, tengo pure fermo che il ridere dei nostri mali sia l’unico profitto che se ne possa cavare, e l’unico rimedio che vi si trovi. Dicono i poeti che la disperazione ha sempre nella bocca un sorriso. Non dovete pensare che io non compatisca l’infelicità umana. Ma non potendovisi riparare con nessuna forza, nessuna arte, nessuna industria, nessun patto; stimo assai più degno dell’uomo, e di una disperazione magnanima, il ridere dei mali comuni; che il mettermene a sospirare, lagrimare e stridere insieme cogli altri, o incitandoli a fare altrettanto. (3)
Terribile ed awful è la potenza del riso; chi ha il coraggio di ridere è padrone degli altri, come chi ha il coraggio di morire. (4)
E se periglio appar, con un sorriso
le sue minacce a contemplar m’affiso. (5)
Giacomo Leopardi
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(1) Zibaldone, 188, 26 luglio 1820
(2) Canti, Aspasia, vv. 106-112
(3) Operette Morali, Dialogo di Timandro e di Eleandro
(4) Zibaldone, 4391, 23 settembre 1828 – anche in Pensieri, LXXVIII
(5) Canti, Il pensiero dominante, vv. 51-52


