Archiviazioni mensili: Febbraio 2008

Love cannot bear that any soul is barred from finding its place in Paradise.

The variety of natures seeking entry, even those who deny the possibility of Paradise, require a variety of Gates.

Grace provide a Gate suited to each and every soul that approaches with sincerity and determination. Some Gates comprise challenges which provide necessary conditions for souls whose nature are not perfected, and which act by using the imperfection as a means of transformation. The greater the seeming imperfection, the greater the possible transformation.

It is said that some Gates have signs over them, marked “Humility”, “Sacrifice”, “Service”, “Suffering”, and that queues outside such Gates are very short.

RF “The Gates of Paradise”

 

La responsabilità, la capacità di cogliere opportunità e sfide è il tratto qualificante per la residenza in paradiso. Di questa capacità ci si appropria elaborando una abilità di mestiere, cioè una competenza ed una flessibilità intuitiva. La pratica e la successiva familiarità con un ambiente reale ci preserva dal precipitare nuovamente nell’inferno dell’inconsapevolezza.

La nostra vita in paradiso è percepibile per l’alto grado di attenzione cui abbiamo la possibilità di accedere. La grazia e la bellezza infatti, ancora prima del delizioso godimento che procurano, sono caratterizzate dall’intensa dedizione che chiedono. Estendere il momento chiave nel tempo: di questo consiste lo scopo del mestiere, allenare la mente alla presenza completa.

Ogni distrazione ci porta alle soglie del nostro speciale inferno personale. La capacità di raccogliere le forze, di dirigerle con fermezza attraverso l’uso della volizione, è il tratto dell’aspirante umano. Cosa corrobori codesta fermezza, cosa la insidi fino a dissolverla è il nostro oggetto di investigazione, chè nessuno può aiutarci.

Il nostro impegno di fronte a noi stessi ci permette l’accesso al paradiso, null’altro. Ciò che in questa velocissima vita riusciamo ad intendere come fermo: si entra da lì. L’uso della opportunità di vivere in paradiso qui e ora è l’unica sfida, a svincolarsi dalla malattia del domani, a intendere finalmente che oltre al paradiso c’è molto altro.

“May we open ourselves to the Unconditioned world, that our wishing for what is real & true & moves from conscience, hope & faith, acceptance & love, moves into & permeates a world governed by fashion, advertising, taste, habit, inventions, prices of near substitutes, expectations of trends & changes in price, changes in the distribution of income & the quantity and quality of the money supply, that our professional lives might be mediated by the imperatives of necessity & sufficiency”.

or, if you are in a hurry:

“When you go into your shop, say Hello God! and you will have good business”.
RF

 

La prima volta che ho fermato il tempo un agio singolare si è impossessato di me. Una lunga pratica di rallentamento aveva occupato l’inverno e la primavera: l’esercizio di visione aveva subito dato ottimi frutti, i movimenti per l’intera mattina erano scanditi da una lenta danza in giardino, ad osservare lo sviluppo delle gemme.

La prima cosa che muta davvero è la velocità di caduta. Se il vento si ferma non è facile notarlo, se ogni cosa tace perchè l’attrito cessa è in gioco la nostra attenzione acustica, ma se le cose che precipitano continuamente verso la terra si fermano, allora l’aria davanti a noi è ingombra di piccoli oggetti sospesi, come le foglie.

A mano a mano che il tempo rallenta sono io a diventare sempre più veloce, moderare la frequenza dei miei gesti diventa una discliplina in sè. Al rallentare dei miei proprii gesti infatti, una forza nuovissima e per questo difficilmente dirigibile appare, con la pratica di questa direzione la gioia aumenta incrementalmente.

 

Il nostro camminare sulla terra si svolge perlopiù in una condizione di sogno. La nostra definizione della realtà, di ciò che chiamiamo tale, è coerente con la nostra esperienza, così come con la nostra intelligenza, che sono modellate da ciò che sappiamo di sapere. Dobbiamo imparare a vivere nel sonno, perchè spesso è questo ciò che facciamo.

Nella consapevole condizione di sogno non ci affanniamo nel tempo, che si trova sospeso insieme al gioco perituro dello spazio, mutevole e curvo. Possiamo indugiare nel sentimento disciplinato, nell’emozione autentica. Nel sogno ogni comunicazione è diretta, perciò vera e precisa, ogni commozione è semplice, perciò ci conduce al vero.

Nel sogno possiamo volare, così non perdiamo tempo a parlare, possiamo visitare il mondo intero, così non perdiamo tempo a riposare. Nel sogno abbiamo una connessione con le nostre essenze preferite, così come con quelle che ci preferiscono. Nel sogno la nostra storia non è lineare, non proviamo vergogna. La nostra vita non ha fine, così non abbiamo paura.

Mon hypothèse de travail était que toute mémoire un peu longue est plus structurée qu’il ne semble. Que des photos prises apparemment par hasard, des cartes postales choisies selon l’humeur du moment, à partir d’une certaine quantité commencent à dessiner un itinéraire, à cartographier le pays imaginaire qui s’étend au dedans de nous. En le parcourant systématiquement j’étais sûr de découvrir que l’apparent désordre de mon imagerie cachait un plan, comme dans les histoires de pirates.

Chris Marker.

Accetto senza alcuna difficoltà il concetto secondo cui la rete globale è un ecosistema. Ho in mente una struttura ecosistematica quando analizzo un qualunque fenomeno generativo e ripercussivo su questa rete. Mi interessa soprattutto il fatto che nessun ecosistema, credo per definizione, contenga una potenza demiurgica identificabile. Pure ogni sistema integrato e sostenibile, non votato perciò alla semplice autodistruzione, possiede un modo informativo invisibile, ineffabile.

Probabilmente ci sono dei nodi nella rete che credono di generare informazione, di esserne in qualche modo i creatori: ma l’informazione, in una definizione ampia quanto etimologica è ciò che da forma, che genera apparenze e contenitori. In un ecosistema degno di questo nome tocca alla cultura amministrare contenuti destinati o meno a durare, atti a nutrire o a svanire. Il ciclo dell’acqua somiglia a quello della diffusione e distribuzione di questi contenuti, pregni di oggetti proteici ed energetici.

Un ecosistema destinato a fiorire si regge su equilibri fondamentali: ciascun prodotto di scarto è nutrimento in un insieme adiacente, solo apparentemente minore o subordinato. Di conseguenza ciascun insieme ben nutrito è destinato a crescere, a diventare fonte di nutrimento ed inspirazione per altri insiemi meno vistosi o addirittura inauditi. Ma il circolo deve essere completo, la disposizione simbiotica è necessaria all’avvicendamento equilibrato. Inoltre ogni sistema ecosostenibile possiede una ciclicità osservabile.

Un ecosistema di successo implica quindi all’origine una luminosità entelechiaca forte e potente per quanto non sempre attentamente osservabile. Se la rete globale fosse destinata a divenire culla e sostegno, dovrebbe prendere una consapevolezza profonda della fonte energetica che ne ha stabilito la crescita in primis. Questa consapevolezza potrebbe diffondersi in forme differenti, profondamente utili per il rafforzamento dei tratti davvero informativi. E dare luogo ad una vera fioritura umana.

The first necessary foundation of craft: reliability.
The second: repeatability – beginners’ luck is fine for beginners.
The third: response-ability - our capacity to respond to challenges & opportunities.
How do we establish a craft discipline?
Practising.
What is the first necessity of practising?
Regularity.
A regular practice addresses:
knowing the instrument;
knowing the vocabulary;
knowing the repertoire;
knowing the subject;
listening;
improvising.
RF

La presenza di una intelligenza tecnica accanto a quella fluida, la quale ci permette la condivisione essenziale molto a monte di qualunque dispositivo, è considerata solo in subordine. Vero che senza intelligenza tecnica molti di noi dovrebbero stare a procurarsi cibo e riscaldamento con un impegno fisico molto maggiore, altrettanto vero che questa nostra tecnologia eccessiva ci ha confuso. L’intelligenza fluida deriva dalla pratica costante, dall’uso quotidiano degli strumenti naturali a nostra disposizione: le mani soprattutto, e pure l’eloquio, se disciplinato.

L’intelligenza tecnica è quella maggiormente dipendente da una continua, inarrestabile innovazione. La sperimentazione come modus operandi, in una civiltà evoluta, mira alla mutazione stessa degli oggetti prodotti, non solo ai processi di produzione. Se abbiamo bisogno di innovare, sostanzialmente, è perchè non abbiamo ancora scoperto il processo che ci conduce alla consapevolezza di noi stessi. Non ho obiezioni peraltro, in un modo o nell’altro dobbiamo pur ritrovare una maturità sociale, etica, politica.

La noia che le esibizioni tecnologiche mi procurano è pari alla mia indifferenza per le stesse. Più difficile ancora misurarsi con il commento antropologico sulla ridefinizione dei linguaggi, più difficile infine misurarsi con l’ansia di affermazione diffusa. Il mio interesse per la rete informativa, che in questo luogo sto utilizzando, è limitato al promemoria. Vero è che una speciale attitudine al mutuo soccorso è plausibile, ma gli antropologi della rete difettano di una visione abbastanza ampia, non sono perciò molto credibili fuori dagli stati uniti, e spesso mi annoiano.

Ciò su cui possiamo contare è ben altro che lo sproloquio intellettuale. Esiste una tradizione completa, quindi anche manuale ed emotiva, che gli sprovveduti appesi ad una qualunque rete digitale possono evidentemente solo sognare. Kevin Kelly, Stewart Brand, ma anche Chris Anderson e Howard Rheingold invece, per citare alcuni eroi della civiltà digitale, lo sanno bene e le loro priorità sono più comprensibili e perciò condivise da molte persone intelligenti che abitano quella rete. Ciò su cui possiamo contare insomma è l’autorevolezza, fondata su principi universali, che la pratica umana autentica e continua consente. Senza, sono menzogne.

A Reflection, A Vision in Common

Affondiamo spesso in una trappola linguistica, testo e contesto si imbrogliano a vicenda per esempio, in cui il peggior nemico dell’innovazione è la falsa innovazione, il peggior nemico della condotta etica è la falsa etica. Tutto deriva da una assurda logica che subordina il sapere al saper fare, la comprensione al pragmatismo.

Mi interessa poco il processo filosofico e dialettico in cui il pragmatismo si afferma, credo poco alle logiche Kantiane (o Hegeliane peraltro): non perdo troppo tempo con il giudizio morale meno che maturo insomma, vera nemesi di ogni etica solida e utile. Quel che mi preme è la competenza in termini di condotta etica, la capacità di adattamento alle condizioni nuove.

In termini di applicazioni pratiche ci sono dominii in cui una falsa competenza etica inganna, gli scacchi per esempio, l’aritmetica, o certa amatissima musica classica, in cui semplicemente si vince o si perde, si azzecca o si sbaglia, dimensioni in cui l’errore creativo non ha spazio, e l’umanità si dissolve. Ma i neonazisti godono.

Nelle diverse dimensioni cosiddette economiche, quelle della produzione infinita ovvero della distribuzione di massa, alcune essenze elementari sono invertite: così come è vero che non esiste alcuna “creazione di ricchezza”, è vero pure che molte questioni di semplice distribuzione sono considerate evolutive o addirittura creative.