- "This minimal unity of perceptual time, the basis of the cinematic image, underlies the advent of a new 'cinematic hypertrophy': lights, messages, scenes and actions, darkness and immobility, silence and uproar, are nothing but the fixation of a greed without end or purpose . . . just as today we commit ourselves not to a material product but to five-tenths of a second of a television image, so we shall come to 'know' a multitude of people, places and ideas, but solely as momentary flashes, with the transience of an apparition." Claudia Dona's essay in Invisible Design
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Archiviazioni mensili: Gennaio 2008
La nostra vera speranza è la comunicazione: la condivisione del sapere, della conoscenza e della esperienza pratica. Siamo guidati da una mente che se slegata dal corpo e dal cuore diventa infida, lenta e stupida, priva cioè di memoria.
Lo spazio fra la nascita è la morte è condiviso con esseri che percepiamo altri, a causa della nostra ignoranza e stupidità. Attraversiamo il mare sulla stessa barca, costruiamo il ponte mentre lo attraversiamo, altri prima di noi, altri ancora, dopo.
Siamo per natura potenti e liberi, schiavi solo della nostra percezione di noi stessi e del nostro compito. Schiavi del nostro considerarci altro, limitati e costretti dalle nostre definizioni, negative ma anche positive. Siamo rinchiusi dalla stupidità, dalla mancanza di memoria.
Non possediamo un linguaggio adatto alla comunicazione, parole come redenzione e perdono, peccato e menzogna sono rivestite di una patina che le rendono inutilizzabili, per quanto insostituibili. Associamo le parole alla nostra ignoranza.
Osserviamo lo stato della nostra percezione: ascoltiamo i limiti del nostro orizzonte uditivo, guardiamo l’angolo ristretto della nostra visione. Non ci troviamo affatto al centro della civiltà, siamo marginali e quasi muti.
I nostri racconti sono privi di valore: siamo affannati a giustificare, a rendere plausibile l’agitazione che ci allontana dall’unica lotta che valga: quella contro noi stessi, contro il sostegno ad una miseria che non ci appartiene affatto.
Abbiamo nemici immaginari, dignità di fantasia, scuse risibili. Qualunque cosa ci distragga dal nostro scopo ci indebolisce e ci piega, eppure cerchiamo la distrazione, la vanità, l’oblio. Dobbiamo solo imparare invece, e ricordare.
Abbiamo soltanto un ponte da attraversare, questo è il nostro semplice scopo. Lo costruiamo mentre lo attraversiamo. Nessuna legge di gravità, nessuna condanna: abbiamo solo lanciato il nostro cuore aldilà, e dobbiamo affrettarci a raggiungerlo.
Cinque persone sedute in una stanza, l’attenzione raccolta sui propri strumenti musicali, indicazioni di direzione astratte, aperte alla sensazione che nascerà: niente tatticismi tecnici, niente modelli familiari. Il suono, proteico contenitore di immagini nuovissime, emerge lento, fermo e preciso. Questa è la condizione per la mia partecipazione al mondo.
Sono abbastanza pratico del lavoro di gruppo, inteso che si tratti di pari, anche se solo nel senso di impegno. Esperienze ed intelligenze possono essere le più diverse, oltre che di diverso livello. Ma l’attenzione, la necessaria tensione al rilassamento di ogni metodo, l’abbandono di qualunque abitudine, solo per un momento, il tempo di ascoltare il Suono, quella deve essere comune.
Non mi interessano gli obbiettivi, non ho nessuna pratica di problemi. Credo all’esistenza di una tensione non necessaria, intendo praticare la sofferenza che deriva dall’attrito, dalla differenza, dalle idee opposte, perchè l’energia che ne scaturisce è l’unica rinnovabile. La sospensione della tonalità mi permette un’ambiguità che sola regge la necessità del discorso.
La nostalgia dei luoghi in cui non siamo mai stati. Il suono che, familiare, non riusciamo a comprendere. La vaga tensione che la mutazione del colore del cielo ci provoca. Non sappiamo nulla del nostro benessere. Non conosciamo i modi del bilancio emotivo, e ce ne restiamo chiusi in un mondo di abitudini, spesso cattive.
Siamo esseri molto più potenti di quel che crediamo: i cattivi pensieri pietrificano il mondo, fornendogli una consistenza maligna che non ha nessuna realtà. Siamo molto più potenti di quanto sappiamo: abbastanza da guadagnare le porte del paradiso con i nostri mezzi, e poter finalmente scoprire che c’è molto altro, oltre.
Restare attaccati ad un mondo che era e che non esiste più non ci aiuta. Molto meglio impegnare la nostra attenzione per la neonata terra, che vibra e pulsa sotto i nostri piedi. Quella che era nostra madre ora guarda altrove, dove noi dovremmo essere. Attenzione al nostro corpo, che intende le risonanze meglio dell’ingannevole mente, così lenta e ottusa.
A principle is universal.
A rule is specific.
A law is invariable.
RF
Sono molto più interessato al giardinaggio che all’architettura. Certo, la definizione dei semi è intrigante, ma nella realtà, dallo stesso seme, in anni diversi in angoli diversi del mio giardino nascono piante molto diverse. Non è una semplice disposizione quella che scopro nella pratica dell’arte, la natura mi insegna, ed è una benedizione che mando a chiunque.
La pretesa di fare è solo megalomania. Gli uomini qualunque, come me, non possono fare nulla: eccetto seminare, badare che gli elementi necessari si trovino nello stesso spazio, nello stesso tempo, raccogliere. L’alternativa è partire per la ricerca, di ciò che si muove, e si allontana naturalmente da noi.
Il sogno di una cosa ne determina la direzione. Ogni fioritura necessita di una lunga preparazione. La traccia dell’inchiostro sulla carta è solo l’ultimo gesto visibile di una meditazione illimitata, che non si piega alle necessità del tempo, che nulla vuole esprimere ne raccontare. Siamo quel che vediamo, solo questo possiamo rappresentare.






