La nostra vera speranza è la comunicazione: la condivisione del sapere, della conoscenza e della esperienza pratica. Siamo guidati da una mente che se slegata dal corpo e dal cuore diventa infida, lenta e stupida, priva cioè di memoria.
Lo spazio fra la nascita è la morte è condiviso con esseri che percepiamo altri, a causa della nostra ignoranza e stupidità. Attraversiamo il mare sulla stessa barca, costruiamo il ponte mentre lo attraversiamo, altri prima di noi, altri ancora, dopo.
Siamo per natura potenti e liberi, schiavi solo della nostra percezione di noi stessi e del nostro compito. Schiavi del nostro considerarci altro, limitati e costretti dalle nostre definizioni, negative ma anche positive. Siamo rinchiusi dalla stupidità, dalla mancanza di memoria.
Non possediamo un linguaggio adatto alla comunicazione, parole come redenzione e perdono, peccato e menzogna sono rivestite di una patina che le rendono inutilizzabili, per quanto insostituibili. Associamo le parole alla nostra ignoranza.
Osserviamo lo stato della nostra percezione: ascoltiamo i limiti del nostro orizzonte uditivo, guardiamo l’angolo ristretto della nostra visione. Non ci troviamo affatto al centro della civiltà, siamo marginali e quasi muti.
I nostri racconti sono privi di valore: siamo affannati a giustificare, a rendere plausibile l’agitazione che ci allontana dall’unica lotta che valga: quella contro noi stessi, contro il sostegno ad una miseria che non ci appartiene affatto.
Abbiamo nemici immaginari, dignità di fantasia, scuse risibili. Qualunque cosa ci distragga dal nostro scopo ci indebolisce e ci piega, eppure cerchiamo la distrazione, la vanità, l’oblio. Dobbiamo solo imparare invece, e ricordare.
Abbiamo soltanto un ponte da attraversare, questo è il nostro semplice scopo. Lo costruiamo mentre lo attraversiamo. Nessuna legge di gravità, nessuna condanna: abbiamo solo lanciato il nostro cuore aldilà, e dobbiamo affrettarci a raggiungerlo.
Cinque persone sedute in una stanza, l’attenzione raccolta sui propri strumenti musicali, indicazioni di direzione astratte, aperte alla sensazione che nascerà: niente tatticismi tecnici, niente modelli familiari. Il suono, proteico contenitore di immagini nuovissime, emerge lento, fermo e preciso. Questa è la condizione per la mia partecipazione al mondo.
Sono abbastanza pratico del lavoro di gruppo, inteso che si tratti di pari, anche se solo nel senso di impegno. Esperienze ed intelligenze possono essere le più diverse, oltre che di diverso livello. Ma l’attenzione, la necessaria tensione al rilassamento di ogni metodo, l’abbandono di qualunque abitudine, solo per un momento, il tempo di ascoltare il Suono, quella deve essere comune.
Non mi interessano gli obbiettivi, non ho nessuna pratica di problemi. Credo all’esistenza di una tensione non necessaria, intendo praticare la sofferenza che deriva dall’attrito, dalla differenza, dalle idee opposte, perchè l’energia che ne scaturisce è l’unica rinnovabile. La sospensione della tonalità mi permette un’ambiguità che sola regge la necessità del discorso.