Archiviazioni mensili: Novembre 2007

Ci sono molti motivi per una comunicazione dolce, amabile, che miri al rafforzamento dei tratti comuni appunto, oltre al fatto che i nostri tratti comuni sono molti ed inevitabili. La naturale empatia fra appartenenti alla stessa specie, che aspirano alla stessa condizione, poi, rende il linguaggio possibile, plausibile infine.

Nella mia esperienza, oppure nella mia intelligenza limitata e limitante, però, non c’è un grande spazio per l’attuazione di una comunicazione finalizzata. Mi accorgo ancora di quanti dispositivi inficianti si trovino fra me e i miei vicini, che sono abituati al fatto che si voglia convincerli, o vendere loro qualcosa.

La comunicazione, che come più volte ho mostrato si riduce alla manipolazione della visione altrui a fini strumentali, oltre ad essere diventata accettabile in questa miserabile riduzione, non mi interessa affatto. Il fatto che io sia perfettamente consapevole della tecnica implicita in tali meccanismi non mi aiuta, nè mi libera.

Mi trovo da solo in una zona marginale in cui i meccanismi perversi ed inumani sono nitidi e conclusi, visibili per chi voglia vedere, stupefatto dall’accettabilità di questa condizione per me inaccettabile. Il mio più grande vantaggio, la venerazione per la condizione di solitudine, diviene ovviamente il mio più grande limite.

La letteratura, l’arte dell’organizzazione delle parole ai fini della simulazione di un mondo, possiede strumenti di persuasione deliziosi. L’artificio scritto riesce spesso nel costruire una fragranza brillante di visioni promettenti, dense di pathos e significanza. Anche dove questa fallisce rimane sempre un qualche oggetto vibrante, luminoso.

Scrivere significa darsi la possibilità di limare, rifinire il frutto di una lunga meditazione che può essere sommato in poche righe, fluenti di capacità penetrativa. Ovvio che io ami la disposizione letteraria, soprattutto nel senso di missiva privata, riservata, capace di confidare nella buona fede e benevolenza del lettore.

Ogni letteratura, però, esige una cospirazione in codice. Ad ogni visione del mondo corrisponde un linguaggio, spesso esatto e preciso, a volte in divenire, carico di connessioni fragili e tensione erotica che mira alla costruzione di un nuovo spazio convenzionale.

Da qui ho potuto osservare con calma una miriade di cospirazioni speciali, riservate a speciali comunità che non hanno sempre una consapevolezza perfetta della propria condizione. Ciascuno, voglio dire, considera il proprio linguaggio quello più diffuso, cosi come considera il proprio mondo il più popolato dei mondi possibili. Grande cosa le convenzioni, per questo ce n’è così tante.

No spring nor summer Beauty hath such grace
As I have seen in one autumnall face.
Young beauties force our love, and that’s a rape,
This doth but counsel, yet you cannot ’scape.  John Donne

Davanti ad una immaginaria dichiarazione dei diritti dell’uomo, mi trovo, che non so che pesci pigliare. Io non ne vedo mica tanti di diritti: vedo opportunità straordinarie che non direi ci appartengano per diritto, vedo responsabilità straordinarie che non direi ci appartengono per dovere. Direi invece che il diritto alla vita, alla libertà ed alla ricerca della felicità sono falsi miti senza costrutto.

Io immagino si tratti di messe in scena per spiegare agli ingenui che appunto in queste condizioni si trovano: vivi, liberi e tesi alla felicità. La dimostrazione di queste condizioni risiederebbe dunque negli esempi opposti: miserabili parti dell’umanità che si trovano in condizioni di privazione di questi diritti: africani, asiatici, mediorientali, zingari. Gente svantaggiata.

Ormai sento più chiaramente la presenza degli alberi che degli esseri umani. Le persone che incontro, fuori dal mio terreno favorito, non aspirano all’umanità, credono ad una misteriosa condizione di privilegio e superiorità che li distinguerebbe. Non ho nessun interlocutore informato sugli atti. Nè le quercie nè le betulle comprendono la domanda.

Cammino circondato da piccole creature, personaggi di nature differenti che abitano l’interno della mia mente. Il signor Amaro-perchè-il mondo-non-ha riconosciuto-la-mia-grandezza, Il signor Il-tuo-errore-è-la-mia-occasione, il signor Vedrai-quando-avrò-il-potere, Il signor Umiliarti-mi-fa-sentire-meglio… immaginette di atteggiamenti, cattiverie, negatività, pensare il peggio degli altri, gelosie, amarezze, sgarbatezze e invocazioni di diritti dovuti solo perchè respiriamo.

Queste ed altre creature non sono solo immaginarie, non sono solo aspetti di una socialità malintesa: sono realtà, aspetti quotidiani che non ci curiamo di riconoscere o ammettere di possedere noi stessi. Se li conosciamo meglio, però, li possiamo mettere a posto e neutralizzare il loro effetto.

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Ci sono tratti comuni fra le opere composte in tarda età, non solo perchè il tempo delle concessioni all’epoca è finito, non solo perchè la sensazione di aver contribuito ad una generale menzogna è sottile e diffusa, ma proprio perchè è evidente, imperiosa, urgente, la necessità di dar forma a ciò che si intendeva, davvero, dire.

Le ultime sonate o quartetti di Beethoven non sono solo la sintesi dell’opera di una vita, esse sono il distillato di un intero modo di sentire, di auscultare la vita come processo percettivo, come fonte ritmata di un suono primario. Non ci sono concessioni al superfluo, al mestiere, al committente. Ma suono puro.

Per Brahms, secondo un recente commento di Mitsuko Uchida a margine degli ultimi pezzi per pianoforte, coperti di foglie gialle a nascondere un doloroso rimpianto: “c’è la sensazione che non abbia mai visto un’estate”. Per Janacek invece, il secondo dei due quartetti finali, composto per Kamila Stosslova, è definitivamente gioioso, libero, emancipato.

Mi trovo davanti ad una formidabile opera di Sir J.E.Millais, esposta alla Tate Britain in una rara opportunità che colgo con piacere, e che credo unica. Sono incantato davanti ad una idea di paesaggio che accolgo profondamente, così carica di enfasi alla Wordsworth solitario, ma pure di eccitamento e delizia nelle tessiture e colori d’autunno, sotto un cielo infinito.

Non c’è ruminazione romantica in quest’opera eccelsa: tutto viene tenuto in posizione nella chiara luce d’autunno, senza drammi e passioni. E’ la compassione che qui si prende tutto il posto: potrà non contenere le giovanili promesse della primavera, l’autunno, ma è il momento in cui le percezioni e le esperienze, e l’amore, di una vita intera trovano luogo: il momento più prezioso di tutti.

Tengo la testa reclinata all’indietro, seduto sulla panchina, penso alle scarpe sporche, nonostante abbia preso la palla solo una volta. E’ sempre così, come se volessi solo una scusa per non giocare: oggi è il sangue dal naso. La palla l’ho presa in faccia, mentre stavo sulla traiettoria di due che, invece, volevano giocare.

E’ una questione stilistica, anche questo è sempre così: il calcio, nel piccolo campo di fronte alla sala parrocchiale, proprio non fa per me, lo trovo insulso, e mi manca sempre il fiato, così alla fine è me che tutti trovano insulso. E hanno ragione, se volessi seguire la palla non ce la farei, così mi immagino un disprezzo che non provo davvero, per riparare a quello che sento addosso.

E’ un mondo differente il mio. Non che sia più letterario o magari astronomico, è solo il mondo che rimane quando non si può correre. Uno spazio ombroso, lontano dal campo troppo assolato, spazio liscio e sottile, che si svolge tutto lungo i muri coperti di rampicanti, nelle corti nascoste, dove mia madre prende il caffè con le altre madri, e con le donne anziane.

Il parroco dice che è il diavolo che entra in sacrestia quando mi vede entrare, ma lui sa vedere il disagio che provo, lo ha conosciuto, lui, quel disagio. E’ l’emarginazione che deriva dal non trovare risposta alle domande più semplici, è l’estraniazione che più tardi emerge dall’evitare le compagnie cialtrone in cui il vino lascia posto solo alle bestemmie urlate.

C’è qualcosa di magico in questa scrittura fluida, quotidiana, non certo di ragionevole. Spesso mi immedesimo nei miei lettori, gente eccentrica, e mi do il nome di qualcuno che conosco. Immagino le mie reazioni a queste lame di luce impreviste, a queste indefinitamente riflesse accrezioni ideali. Ma non sono un idealista io, sono un uomo pratico, e passo oltre.

Ci sono lettori in modo particolare apprezzati, alcune più di altre, che sanno intuire la struttura nascosta del discorso. Ci sono domande che nell’aria galleggiano, data la natura zuccherina e fluente, mentre alcune risposte, elusive, mi abbandonano. Sopra ogni altra cosa c’è il suono degli aggettivi distillati, perle di una collana scomparsa, svanite nell’aria.

Scrivere è parlare d’amore invece di costruirlo. Una meditazione senza un senso particolare, senza lo scopo preciso della musica, o della cottura balsamica. Una pausa nell’incrementale accumulo di nozioni utili. Una bolla provvisoria nello spazio e nel tempo. Scrivere non ha il senso della continuità, che ogni oggetto scritto è polvere così poco nitidamente connessa.

Un biglietto scritto con cura non è un appuntamento, non contiene nessuna promessa autentica. Non ci fosse lo spazio graziosamente destinato, perderei ogni memoria. Ogni mio afflato verso un destinatario incognito sarebbe fumoso, vano, inutile. Invece, mentre le righe si susseguono, il mio cuore spalancato chiede una revisione, ai fini della fertilità.