Lo studio vero e proprio si trova nel seminterrato. L’intera casa è usata solo per suonare, giusto con qualche letto ed una curiosa tenda da campeggio montata in fondo al soggiorno, per proteggere la privacy di qualcuno immagino. Ed ogni stanza ha un buon impianto per ascoltare i nastri senza doversi trovare all’improvviso in mezzo ad una qualche sessione altrui. Non avevo mai visto un paese più silenzioso, più impegnato nella riservatezza.
Di tutti i talenti che ho potuto osservare, quello di Geir è il meno leggibile, il meno facilmente intuibile. Non solo perchè sostanzialmente taciturno, ma anche per l’astrazione di cui la sua musica è frutto, qualcosa che non può affiorare nei discorsi, nemmeno tra amici intimi. Del lavoro di Geir non si può parlare, impegnato com’è a ridefinire ogni singolo aspetto della composizione e della produzione sonora come la conosciamo.
Geir vive molto sereno ed indipendente grazie ad un solo lavoro venduto agli americani, che in una stagione pubblicitaria mondiale gli ha reso abbastanza da essere lasciato in pace per vent’anni. Ma si capisce, qualunque art director abbia avuto abbastanza talento da riconoscere un suo pezzo così stralunato da essere un sicuro successo, ha sicuramente intuito anche la delicata grazia che avvolge quest’uomo, la sua ferma credibilità oltre che la sua affidabilità.
Da lui si impara una disposizione travolgente. La sua formazione è totalmente concettuale, ha un curriculum da esploratore polare, pieno di studi scientifici e avventure alpinistiche, niente che io abbia potuto associare ad una fruttuosa inclinazione musicale, il che dimostra la pochezza della mia esperienza. Ci unisce l’attenzione tecnologica, un pantheon post punk e l’avversione per il rock americano, il gusto per il pesce ed il drappeggio, io mi perdo in vane dimensioni immaginarie, lui si concentra in assenza di ossigeno a ottomila metri.



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