Ogni incomunicabilità implica un mistero. Le cose di cui possiamo parlare, le speciali angolazioni che possiamo usare per costruire il nostro racconto sono poche, sempre le stesse. Non sappiamo parlare dei misteri, che non sono solo occulti come i segreti. I misteri sfuggono proprio alla scrittura, nella mia esperienza si realizzano soltanto nel suono, nella vibrazione acustica.Spesso il nostro affanno sta nel dare voce alle emozioni, nell’esprimerle, nel rappresentarle. Ma per quanto ne so io quasi nulla di vero è affatto comunicabile. Abbiamo una esperienza comune, perchè abbiamo visto le stesse cose nello stesso modo, oppure no. Posso raccontare, affermare, insegnare solo quello che l’altro sa già, e viceversa.
Ugualmente esiste una dimensione universale, totalmente al di là del tempo e dello spazio in cui ciascuno di noi si trova, in tempi e luoghi che apparentemente sono differenti. Una dimensione in cui possiamo conoscere comunità ed identità, senza le coordinate obbligatorie di una singola biografia. E’ questa la condizione davvero più misteriosa, della quale nessuno di noi è veramente pratico, eppure la più comoda e sicura.
A volte credo che questa mania per la vita, che sarebbe una sola e andrebbe vissuta alla grande, sia davvero da megalomani. La vita di cui parliamo, sfrondata dalle routine, dalle convenzioni di comodo, dalle rese sociali, dagli obblighi d’uso e costume, nella maggioranza dei casi si riduce a ben poca cosa. Qualche anno, settimana, ora di gioia autentica su cui passiamo il resto del tempo a rimuginare.
A volte credo che il processo di digestione della vitavera che siamo in grado di praticare sia solo letterario, condizionato dalla nostra esperienza culturale, dalla nostra intelligenza sociale, dalla nostra salute mentale. Immagino una conversazione ricreativa, una corrispondenza melodica e ritmica, la condivisione del pane e della luce del sole, ma ricordare tutto questo come sarebbe possibile? E poi, comunicarlo?







