Archiviazioni mensili: Settembre 2007

Ogni incomunicabilità implica un mistero. Le cose di cui possiamo parlare, le speciali angolazioni che possiamo usare per costruire il nostro racconto sono poche, sempre le stesse. Non sappiamo parlare dei misteri, che non sono solo occulti come i segreti. I misteri sfuggono proprio alla scrittura, nella mia esperienza si realizzano soltanto nel suono, nella vibrazione acustica.Spesso il nostro affanno sta nel dare voce alle emozioni, nell’esprimerle, nel rappresentarle. Ma per quanto ne so io quasi nulla di vero è affatto comunicabile. Abbiamo una esperienza comune, perchè abbiamo visto le stesse cose nello stesso modo, oppure no. Posso raccontare, affermare, insegnare solo quello che l’altro sa già, e viceversa.

Ugualmente esiste una dimensione universale, totalmente al di là del tempo e dello spazio in cui ciascuno di noi si trova, in tempi e luoghi che apparentemente sono differenti. Una dimensione in cui possiamo conoscere comunità ed identità, senza le coordinate obbligatorie di una singola biografia. E’ questa la condizione davvero più misteriosa, della quale nessuno di noi è veramente pratico, eppure la più comoda e sicura.

A volte credo che questa mania per la vita, che sarebbe una sola e andrebbe vissuta alla grande, sia davvero da megalomani. La vita di cui parliamo, sfrondata dalle routine, dalle convenzioni di comodo, dalle rese sociali, dagli obblighi d’uso e costume, nella maggioranza dei casi si riduce a ben poca cosa. Qualche anno, settimana, ora di gioia autentica su cui passiamo il resto del tempo a rimuginare.

A volte credo che il processo di digestione della vitavera che siamo in grado di praticare sia solo letterario, condizionato dalla nostra esperienza culturale, dalla nostra intelligenza sociale, dalla nostra salute mentale. Immagino una conversazione ricreativa, una corrispondenza melodica e ritmica, la condivisione del pane e della luce del sole, ma ricordare tutto questo come sarebbe possibile? E poi, comunicarlo?

La veravita è una sola, è un singolare al plurale.
Tutto il resto un falso pettegolezzo
.

Molto intrigante la battuta di Valerio, una volta presa e rivoltata in molte direzioni diverse, a tentare la integrazione di un oggetto con il suo opposto, mio lungamente goduto vezzo. Nella mia percezione di me stesso ci sono molte facce, molte delle quali non definirei mie. Forse, non so nulla della veravita.

E’ una battuta molto dolorosa, ora che il pettegolezzo è una filosofia, una categoria morale a parte, oltre che uno stile mondano. Io, al contrario di lui, non so nulla del racconto romanzo, non so dell’autobiografia e nemmeno della commedia umana. In questa parata di sfingi e grifoni, io vedo solo misteri.

Corro dei rischi, questo lo so, anche se non è l’autoesposizione ad essere la principale delle mie manie. Il più evidente è quello di scambiare i personaggi. Do il mio nome a qualcun altro, e mi prendo la faccia di un terzo, l’incanto di una quarta e poi chissà che altro. Mi da da pensare tutto questo, ed è un dolore quello che sento.

So che viviamo, stretti stretti, nell’idea che due pettegolezzi facciano una verità, che la ripetizione ostinata modifichi non solo la percezione dei fatti ma l’intero contesto. So che queste storie le chiamiamo Storia, e pretendiamo giustificazione da questa. Mi terrorizza tutto questo, però mi intriga.

Vorrei solo intendere meglio il plurale, quello che Valerio intende, vorrei avere una idea qualunque sull’esistenza altrui senza essere costretto, per comprenderla, ad assumermene tutta la responsabilità. Non solo a favorire la mia sincerità e la mia onestà personali, ma pure in virtù di una qualunque sapienza.

Eecho si siede sul divano, vicino a me, da qui l’ascolto è davvero impressionante. Di tutte le difficoltà che uno studio così importante crea, la più difficile da descrivere è l’intimidazione dei monitor giganteschi. Siamo qui perchè ce l’hanno offerto, ma io voglio approfittarne per trattare la voce ad un altro livello.

Ho una certa rigidità a connettermi con il resto del gruppo, le canzoni sono molto buone ma lo spirito ha qualcosa di infido, come se la vanità finisse sempre per schiacciare la responsabilità. L’occasione invece è davvero unica, hanno un’ottima comunicazione tra di loro, e il suono si reggerà su questi sorrisi complici.

Chiara ha seguito il mio consiglio e si è tolta le mutande, eppure proprio non riesce a mettersi a suo agio nella regia rifinita in materiali preziosi, legno e pietra massiccia, il tecnico è discreto e silenzioso, aspetta le nostre domande. Voglio concentrarmi sull’impressionante compressore, la vera differenza, insieme al generatore di riverbero.

Ed è il nuovo suono della voce, enorme senza la minima perdita di leggibilità che ci rasserena tutti. Di colpo  sappiamo perchè siamo qui, ascoltiamo due canzoni con il timbro che desideriamo da tempo, chissà se anche Chiara riesce a sentire il soffio serico che emerge dalle note più basse. Questo soffio contiene la sensualità che le manca.

Forse abbiamo il tempo per registrare due canzoni intere, che si possono suonare d’un fiato. Prati bagnati scorre come suonata da un uomo solo. Penso che è questo che voglio da questo gruppo, un suono compatto e sparso, rarefatto senza essere vuoto. Quando lo si lascia troppo libero e al sicuro, un giovane musicista tende a mostrare troppo tutto quello che sa fare, guastando un po’ la trasmissione. 

La solitudine e l’isolamento sono stati psichici molto pericolosi, non solo perchè la qualità della nostra energia individuale è spesso incompleta ed instabile, ma soprattutto perchè il segreto è dentro ciascuno di noi, ed affrontarlo da soli è scomodo ed inquietante. Ugualmente esso si svela unicamente quando siamo soli.

Occorre entrare in una qualità molto speciale di silenzio per riuscire ad ascoltare la propria voce. Nel timbro di questa voce, nelle sue pieghe più nascoste, sta tutto ciò che dobbiamo sapere. Come nella cerca indefinita di un raggio di luce, che brilla solo della sua assenza nel buio, vogliamo questo silenzio.

La solitudine è costellata di piccole aperture verso l’inesprimibile. Lo splendente chiasso conviviale, erotico e suadente, serve a darci la misura di uno stato differente, in una dinamica necessaria alla nostra articolata capacità di percezione che va allenata, come un muscolo che deve spiccare un salto.

Rimane un pericolo quando non siamo abbastanza preparati, quando rimaniamo privi di guida, quando il nostro immaginario organismo autosufficente ci inganna. La mente è esposta soprattutto ad influenze del pensiero indisciplinato altrui. Ma pure la nostra capacità di disciplina mentale deve essere solida.

E’ la mattina presto il momento giusto, non tanto la notte. Come se anche i più resistenti pensieri diffusi crollassero per la stanchezza e l’aria si ripulisse, con la brezza di terra. Allora molte delle avventure impossibili diventano solo difficili, spesso la corrente ascensionale è sufficiente a volare.

Ho passato quasi vent’anni seduto sul pavimento, non sempre su questo splendido tappeto. Per quanto i muscoli della mia schiena abbiano assunto l’uso del rilassamento, sono sempre stupefatto quando questo si realizza. E’ una questione molto pratica, fisica, tecnica. Ma non ho mai visto qualcuno che la possa insegnare, si può solo imparare.

Nessuna categoria funzionale è adatta per parlare di meditazione. Una meditazione consiste soprattutto degli esercizi preparatori, che rendono possibile una stazione efficace, un rilassamento pieno di attenzione. Molti di noi, che non avrebbero bisogno di altro, sono in difficoltà a cominciare. L’esercizio, sorprendentemente, è una connessione.

Quando diciamo io parliamo di molte cose diverse, a simulare una identità che non c’è. La grande parte di ciò che percepiamo di essere è completamente mediata dallo sguardo altrui ma, per quanto questo non sia affatto un male, è nella solitudine che scopriamo di essere proprio nulla. Oggi sono finiti i miei sette anni di guai.

Alja era alto, come me, sarebbe forse anche pesante come me ora, ma allora eravamo più magri. Non avevamo una vera e propria lingua in cui parlare mentre facevamo le pulizie, riservavamo ogni domanda per il dopopranzo, quando ci sarebbe stato un interprete, Neibosha o Maurizio. Mi veniva naturale seguire i suoi modi per la pulizia, mi limitavo a rifare quello che gli vedevo fare, efficiente e veloce. Ci rimase il tempo per attraversare il giardino in silenzio, poi chinando il capo si congedò per la preghiera. I pasti si svolgevano nel refettorio dietro la sala grande, nella quale si eseguivano i movimenti e nella quale prendevano posto i musicisti, cui davamo le spalle.

Dormivamo in un altro edificio, dove si trovava il grande bagno nel quale potevamo passare le prime ore del giorno, prima di toccare cibo. Il silenzio ci permise una connessione insolita, intima quanto impersonale, come quella cui evidentemente lui era più abituato di me. La luce del sole entrava nel bagno attraverso piccole aperture allungate, finestre discrete quanto suggestive ed era un piacere speciale anche rinunciare al sonno per poter entrare lì, dove c’era qualcuno ad alimentare il calore. Vidi Alja rasare l’intero corpo, insieme ai suoi fratelli, l’uno all’altro, come in un rito antico. L’abluzione era poi completata da un massaggio in cui ci sfregavamo la schiena, le gambe, le braccia con certe ruvide spugne, nel silenzio del primo mattino.

E’ morto a Sarajevo Alja, a causa della bomba lanciata dalle montagne sulla sua tekija, da qualche oscuro e confuso mujik. Nessuno dei suoi fratelli avrei mai più rivisto. Me ne parlò Andrew, solo qualche anno dopo quando ci incontrammo in uno dei suoi corsi diagrammatici e così profondamente musicali. Mi raccontò del suo soggiorno presso la stessa tekija, in cui aveva potuto incontrare uomini che, secondo lui, appartenevano ad uno qualunque dei nostri tempi. Il pensiero di Alja è preciso e chiaro, nella mia mente, tanto quanto è fragile il ricordo delle cose che ci dicemmo. Non ci penso spesso, tranne quando posso visitare il mio confessore, silenzioso quanto lui.