Solo chi ha guardato la morte evolvere, può aspirare al perdono. La mancanza di vita, questo è necessario aver sentito, per conoscere i nostri simili. Sta tutta nella estinzione della nostra faccia la nostra capacità di compassione, nell’assenza di questa buffa identità falsamente privilegiata, nella abrogazione della comunità esclusiva. Che la morte apre la porta, per un breve momento eterno, prima di chiuderla, e sono pochi gli strumenti che ci servono allora.
Azzardarsi nella morte mentre ne abbiamo la forza, guardare un amico allontanarsi, lasciar andare un fratello. Un esercizio di forza e chiarezza che sono le nostre qualità umane, una piccola azione epperò reale, completa. Tolta di mezzo la paura di morire nessun’altra paura rimane, e pure nessuna speranza. Dobbiamo invece temere la morte, che è dietro alla nostra spalla sinistra, e ci porta via l’opportunità di completare la frase.
Quella che chiamiamo vita non ha fine, è la memoria quella che si interrompe. Il rischio è tutto nell’incapacità di riconnetterla, o nel dolore di riacquistarla. C’è un momento in cui forse davvero abbiamo una scelta fra le due vie, e a questo dobbiamo essere preparati, per poter cessare di cadere nella stessa vecchia trappola, a perpetuare questa sciocca limitazione. Il momento è quello in cui si interrompe anche la nostra smania di affermare, di voler essere accettati.
Questa luce, la giusta luce, è quella che ci permette di accettare noi stessi. A volte dobbiamo davvero attraversare il pianeta per venirne toccati, per esserci esposti. E’ una luce che splende quando davvero siamo disperati, oppure quando la gioia più autentica si impossessa di noi. Quando il terrore della nostra condizione ci prende, quando una visione angelica ci riempie di speranza. E’ la luce che illumina il posto che ci appartiene di più. Lo sappiamo tutti.
Un saluto ad Ingmar Bergman (1918-2007)
e uno a Michelangelo Antonioni (1912-2007)







