Diogene Malamati

Luglio 30, 2007

You know What Light is

Archiviato in: Past Premises — by diogene malamati @ 6:17 am


Solo chi ha guardato la morte evolvere, può aspirare al perdono. La mancanza di vita, questo è necessario aver sentito, per conoscere i nostri simili. Sta tutta nella estinzione della nostra faccia la nostra capacità di compassione, nell’assenza di questa buffa identità falsamente privilegiata, nella abrogazione della comunità esclusiva. Che la morte apre la porta, per un breve momento eterno, prima di chiuderla, e sono pochi gli strumenti che ci servono allora.

Azzardarsi nella morte mentre ne abbiamo la forza, guardare un amico allontanarsi, lasciar andare un fratello. Un esercizio di forza e chiarezza che sono le nostre qualità umane, una piccola azione epperò reale, completa. Tolta di mezzo la paura di morire nessun’altra paura rimane, e pure nessuna speranza. Dobbiamo invece temere la morte, che è dietro alla nostra spalla sinistra, e ci porta via l’opportunità di completare la frase.

Quella che chiamiamo vita non ha fine, è la memoria quella che si interrompe. Il rischio è tutto nell’incapacità di riconnetterla, o nel dolore di riacquistarla. C’è un momento in cui forse davvero abbiamo una scelta fra le due vie, e a questo dobbiamo essere preparati, per poter cessare di cadere nella stessa vecchia trappola, a perpetuare questa sciocca limitazione. Il momento è quello in cui si interrompe anche la nostra smania di affermare, di voler essere accettati.

Questa luce, la giusta luce, è quella che ci permette di accettare noi stessi. A volte dobbiamo davvero attraversare il pianeta per venirne toccati, per esserci esposti. E’ una luce che splende quando davvero siamo disperati, oppure quando la gioia più autentica si impossessa di noi. Quando il terrore della nostra condizione ci prende, quando una visione angelica ci riempie di speranza. E’ la luce che illumina il posto che ci appartiene di più. Lo sappiamo tutti.

Un saluto ad Ingmar Bergman (1918-2007)
e uno a Michelangelo Antonioni (1912-2007)

Luglio 29, 2007

Under the canopy (of Heaven)

Archiviato in: Past Premises — by diogene malamati @ 6:07 am


C’è qualcosa di ultraterreno che posso avvertire in questi boschetti, l’abbondanza di acqua mi protegge dall’estate. La multidimensionalità della terra di colpo diviene apparente, come se fosse il nostro sistema sensoriale ad allargarsi. Viaggiare significa solo mutare l’angolazione dei sensi, perciò uno spostamento minimo è più che sufficiente. A me bastano le foci dello Stella, per esempio.

In questa nostra esistenza così fragile ed effimera il gioiello che conteniamo va lasciato risplendere, esposto alla luce. Non ci sono affatto sguardi malevoli, unicamente incapacità ad intonarsi al canto altrui. Nemmeno ci sono gioielli sufficienti in sè, che senza la stessa luce che ci illumina tutti pietre dure sarebbero, buone per scalfire la roccia. Queste pietre stanno chiuse nel fiore, che cresce negli angoli bui, nei cuori più ingolfati.

Basterebbe cessare di scambiare un domanda di aiuto per un offerta di amore. Confondere il nostro immenso potere con la miseria della nostra volontà, che nulla ha da spartire con la volizione, con la disposizione. Che possiamo essere quello che vogliamo, ma non sappiamo cosa siamo. Somigliamo a ciò che diciamo, a ciò che pensiamo, a ciò che intendiamo, e di più somiglieremo domani, quando qualcuno ci avrà ascoltato.

Qui, sotto questi peschi, questi meli, la luce arriva sfuocata, annodata. Come il suono di un flauto diluito dal riverbero, che le foglie e i rami confondono, me ne sto a cullare senza sete, senza desideri. Non è di sicurezza che ho bisogno, non so cosa sia il dubbio, che la certezza appartiene al futuro, di cui non so nulla. Sono le domande che non riesco a sentire che mi premono, quelle che contengono ogni mia aspirazione.

Luglio 28, 2007

Not even Trembling

Archiviato in: Past Premises — by diogene malamati @ 10:19 am

Davanti all’esperienza della realtà una sola condizione è richiesta: una certa fermezza. La preparazione a questa fermezza consiste di consapevolezza, pratica, attenzione. Per mantenere la capacità di attenzione occorre allenare una parte della nostra destrezza a non staccare mai lo sguardo dal nostro scopo, a tenerlo fermo, come un modello esteso cui dobbiamo sempre riferirci.

In cucina per esempio, il taglio della verdura implica una cura ed una precisione che non si può prescindere. Le rondelle di carote, o la julienne, devono mantenere uno spessore consistente, una riconoscibile continuità, ad imitazione dell’operato demiurgico che aggiusta la dimensione dei piselli. Il nostro obbiettivo è la cottura organica, in cui nessuno degli elementi rimanga troppo crudo o cotto a dismisura.

Nel canto per esempio, quando tutto il corpo deve risuonare, che ad impegnare troppo la gola non potremmo cominciare un’altra canzone. Le risonanze della maschera, ciascuna adatta a poche note, devono essere impiegate a sostenere le emissioni più lontane dalla nostra propria fondamentale. Il diaframma deve potersi muovere liberamente affinchè il suono possa uscire dal petto con una dominante coerente a quella della testa, a quella sacrale.

Nell’educazione dei bambini per esempio, nella quale nessuna rigidità è mai permessa, a favorire la fluida qualità umana. Ad ogni domanda corrisponde l’impulso vitale, al quale dobbiamo connetterci senza tremare mai. Ad ogni singola richiesta di aiuto va corrisposta una indicazione di opportunità, non di obbligo, ed è nostra responsabilità distinguere la necessità dal capriccio, la qualità dell’attenzione dall’abuso.

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