Archiviazioni mensili: Giugno 2007



Abbiamo dormito a terra ieri, dentro alle tendine sulla spiaggia ma non sulla sabbia, tutta la spiaggia era coperta da un letto di alghe morbido e asciutto, certo, non la scelta più sicura del mondo ma è stata una notte di sogni e di riposo completo. Nemmeno i gabbiani abbiamo sentito al risveglio, in un silenzio impressionante. Anche tra di noi ci sono stati lunghi silenzi, interrotti da qualche telefonata, breve e discreta. Su questa isola c’è molta acqua, non abbiamo ancora visto nessuno.

La mia è una vita oziosa, passata ad osservare il riflesso della luce sulle unghie delle mie mani. Nemmeno sono capace di trarre visioni poetiche dal riflesso, mi limito a constatare che la luce esiste, che paure e speranze sono ugualmente sciocche e vane. Immerso in un paesaggio musicale che contiene tutto il sapere che mi interessa, in una desolazione letteraria che contiene tutta le bellezza che mi interessa. A valutare la direzione in cui passare il mio tempo senza giudizi, senza sofferenza.

Il suono del mondo ha la stessa configurazione della luce del mondo. Un colossale blocco dal quale, lentissimamente, possiamo trarre il nostro individuale modo di sentire, che rimane autentico ma diventa speciale. Abbiamo bisogno di esposizione per venire al mondo, di essere esposti al suono del mondo e di portare al mondo la nostra percezione, correttamente e completamente espressa. In uno degli strati del mondo che condividiamo, qualcuno ci sta ascoltando.

Il mare è mosso, dal vento e dalla sua inquietudine interna, come in un enorme respiro. E’ il giorno dei navigatori veri oggi, gli indecisi come me sono già fradici, ma è una lezione impossibile da imparare, sul mare mai nulla si ripete. Io continuo a non avere sensazioni di timore, mi affido ai navigatori pratici, agli strumenti, alla loro familiarità con questi fondali. La terra rimane sempre in vista, tranne per un breve momento di foschia, oggi, in cui tutto sembrava diverso.

Ecco, la notte è finita. Ritrovo lentamente il senso di una luce più profana, più spessa. Non mi muovo, porto l’attenzione sul mio sangue che scorre, a riprendere il contatto con questo mio corpo più angusto e definito, col quale ho una relazione che è facile spezzare. Il rumore del mare, oltre ad un erratico scricchiolio del legno, è tutto ciò che posso sentire. Il mare deve essere liscio, avverto solo un leggero sciabordio in realtà. Sono sospeso tra l’accendere la radio e sedermi in silenzio.

Abbiamo ancora mangiato pesce ieri sera e la deliziosa malvasia lo ha accompagnato, di nuovo. I miei pensieri serali, prima di chiudere gli occhi, hanno il colore dorato di questo vino santo, ampio e pieno di Grazia. Gli effetti del vino sono sempre imprevedibili ma fino ad oggi da questo vino particolare, di cui ho notato con piacere una certa riserva, sono stati molto migliori del previsto. C’è qualcosa nella nostra mente che risplende se il vino contiene la qualità necessaria, se la connessione fra quello che crediamo di essere e quello che siamo davvero è permessa.

Abbiamo parlato del passato ieri sera, che ce lo concediamo così poco. Meglio, abbiamo parlato di aspetti del nostro modo di vivere che riusciamo a toccare solo se li ambientiamo nel passato, cioè solo se pensiamo in termini tali da considerare questi aspetti superati. Amo parlare di idee, anche se per farlo dobbiamo trattarle come se fossero lussi, qualcosa che ci potevamo permettere perchè non sapevamo, perchè non avevamo capito. Sto al gioco senza preoccuparmi, nemmeno vagamente desidero che i miei compagni pensino male di sé stessi.

Ma sono anche riuscito a dire che c’è qualcosa, nella nostra immagine del tempo, un piccolo dettaglio che regolarmente sfugge, che rompe, rende vagamente ridicola l’intera definizione. Quando ogni elemento sintetico che usiamo nella definizione di una realtà, quando ogni singola parte si incastra in modo davvero perfetto, realizzando quella sospensione delle contraddizioni in cui poniamo ogni nostra fede, assistiamo alla negazione del fondamento dell’idea stessa del tempo. In queste condizioni, infatti, il tempo si ferma.

Il villaggio ha una sua specialissima qualità, non solo perchè si trova su un’isola. Le porte sono aperte anche sul fronte, si sentono e si vedono le persone impegnate nelle faccende domestiche. Ma c’è qualcosa nell’aria che è ancora più speciale: un’atmosfera che non è legata solo al clima ma anche alla celebrazione, di una festa che non riesco ancora a vedere. Probabilmente, nella realtà, sono sentimenti che emergono solo arrivando da fuori, qui si celebra l’esistenza in sé.

La casa è fuori dal villaggio, il quale ha una struttura comunque piuttosto sparsa, dalla porta di ingresso non riesco più a vedere che una sola altra costruzione. I prati sono grandi, interrotti da macchie di ontani, frassini, tigli piuttosto alti e robusti, certo non è l’acqua a mancare qui, l’erba è verdissima e sento il rumore di un ruscello che ancora non sono riuscito a vedere. La prima volta che siamo stati qui tutti ti salutavano ed io ero composto e fiero, con una sensazione di casa.

Le nuvole veloci riescono sempre a toccarmi. E’ qualcosa cui sono massimamente sensibile, non l’ombra, non la luce del sole, ma la rapida alternanza. Non c’è nessun evento chiuso in sè, la vita si muove a suo agio solo dove c’è pressione prima, una tenera e comprensiva pressione, il momento in cui la domanda viene fatta, ed il rilascio poi. Il sentimento di una presenza vitale somiglia all’impulso che ci chiama ad essere presenti a noi stessi.

La pressione ha un suo equilibrio interno, è facilmente corruttibile in troppa o troppo poca, ma nondimeno è di pressione corretta che ogni sviluppo ha necessità. Una domanda ben posta è incommensurabilmente funzionale alla risposta perfetta. Il rilascio non deve essere più un azione ma la sospensione di ogni azione. Un rilascio attivo prende il posto e toglie energia alla nuova pressione, al passo successivo nel respiro dell’atto, se questo accade il flusso, il nostro delicatissimo flusso, si interrompe.

E’ bello che si esca con la barca, mi piace la superficie delle doghe di mogano, i legni consumati ma ben tenuti dell’albero, del boma. Sono sempre grato quando si decide di portarmi su uno di questi preziosi gusci, anche se le tecniche di bordo non sono per me una seconda natura. Amo il silenzio nel vento, e mi appassiona immaginare le andature sottomarine di pesci, mammiferi, grandi leviatani. Il mare per me è completamente misterioso.

Abbiamo lasciato il faro, navighiamo lenti lungo un tratto di costa che non conosco. L’andatura è continua, serena, silenziosa, il mio disagio è contenuto. Mi hai affidato un posto sul bordo, a prua, non sarò mai abbastanza pratico ma l’ordine è il tuo, come fossi nel soggiorno di casa. Ci sono compiti chiari, disposizioni di gruppo che comprendo poco, ugualmente credo che un’equipaggio non può essere sconnesso, poco preciso.

Non c’è dolcezza nel mare ma una aggressione continua, dolorosa, pericolosa. Il mare contiene ogni cosa, la vita e la morte, una barca spazzata dalla sua superficie non è notevole, un corpo trascinato sul fondo è naturale, silenzioso, invisibile. Il diaframma costituito dal guscio dell’imbarcazione rende fragile, vulnerabile, irrilevante anche me. E’ la follia che mi trascina sul mare, l’insaziabile desiderio di svanire.

La tua invece non è semplice attrazione, il mare è tuo padre, la tua nutrice, l’insieme degli elementi che soli possono portarti conforto, consolazione, pace. E il pesce, il segreto del suo movimento, i segni del suo passaggio in atto, le increspature, il volgere del sole, delle stagioni. Ora sul mare non c’è nessuno, vorrei avere una direzione in cui guardare. Vorrei uscire in mare solo quando il sole è basso, a oriente o a occidente.

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A volte, la brezza di terra porta un odore di gelsomino e verbena, come erba tagliata di fresco. Qui in fondo, ai margini della laguna, conoscevamo bene quell’odore. Magari un tempo accadeva più spesso, magari i sensi erano meno ottusi, ma credo anche che davvero ci sia stato un tempo diverso da questo, in cui viaggiare era più simile a bere un vino speciale ed arrivare era più simile alla fioritura dei ciliegi. Allora camminavo più spesso a piedi nudi.

Quando sulla fondamenta potevamo trovare gli scampi, d’inverno, anche se lo chablis rischiava di guastarsi troppo in fretta con il salmastro e solo il padre di Letizia sapeva come fare per tenerlo al sicuro, la mia memoria funzionava meglio. Allora non ero affatto preoccupato, perciò badavo poco a quello che intendevi davvero dirmi. Ogni paura ed ogni speranza somigliavano a deboli raggi di un sole lontano.

Non c’è nulla ora nel silenzio della calle che possa togliere qualcosa alla mia gioia, sono protetto quando l’attraverso, potrei affrontare l’estate, la siccità, gli invasori. Ma non riesco a trovare la tua immagine, che è confusa e sfuocata. Va bene così, lo so quanto ci ho lavorato al lasciarti andare, quanto ci ho messo a disporre la casa in un ordine perfetto, che nessun ostacolo si potesse trovare fra te e la tua strada. Ho perfino tolto la tovaglia, che non ti faccia venire in mente il pranzo della domenica.

Ogni tua visita illumina la casa per molti giorni, e gli oggetti che ti appartenevano risplendono. Eppure io non sono mai preparato, c’è sempre qualcosa fuori posto nel mio cuore. Come un difetto fisico, come una lacuna nella grammatica affettiva, nel mio cuore c’è un passaggio incantato che mi impedisce il respiro. Così resto sospeso, incapace di dirti quanto mi manchi e quante sono le cose che posso comprendere solo ora, finchè, con un tuo semplice gesto, appare la benedizione delle lacrime.

Conoscete la sottile inquietudine che così spesso si nasconde dietro agli occhi d’argento? C’è una coscienza articolata là dietro, come di cieli troppo ampi per poter trattenere il respiro. Che di questo si tratta, di trattenere il respiro abbastanza a lungo. Una recente domanda indaga la tecnologia della visione, di che cosa ci si debba procurare, quale la condizione ideale per mettere a fuoco, se si debba in realtà davvero mettere a fuoco. Credo che sia necessario semplicemente essere capaci di accettarla, l’eventuale visione, che brucia, e non lascia sazi.

Sapreste descrivere la capacità di rappresentare una visione? Utilizziamo le storie, certo, e pure i grandi pannelli, ma è questa capacità sufficiente senza la complicità del lettore, dell’osservatore? Si può dare una verità a qualcuno che non la conosce già? Posso contare sulla complicità di chi non ha già visto, prima e meglio di me? No, non si può insegnare nulla, però si può imparare, ogni allievo è superiore ad ogni maestro, ogni buona domanda vale trenta buone risposte. Indagare è lo scopo, sapere in ultimo, ma non possiamo annunciare nulla di ciò che vediamo, ci vogliono occhi d’argento per vedere.