Se ci fosse una storia dell’equivoco in letteratura, specie in quella destinata all’accademia e diffusa invece gratuitamente tra le menti semplici, dovremmo cominciare da qui.

Perchè ineccepibile è il procedere di quest’uomo, precisa e chiara è la sua investigazione, al limite di un mondo che pareva preparato e tale non era, non è ma sarà. Io provo ad immaginarmeli i lettori di quest’opera, in un XX secolo scosso e tremante, privo di una connessione perfino con sè stesso ed un qualunque principio.

Perchè Castaneda rappresenta una cosmogonia in sé, la sua è la descrizione completa e dettagliata di un universo possibile, che in quanto tale richiede fermezza e praticità, calma e conoscenza. Perchè a queste condizioni non è sufficiente una esperienza letteraria o accademica, soltanto una visione in cerca di comunità lo è.

E infatti Castaneda è stato scancellato, per i motivi più diversi, anzi un fantoccio smidollato è stato promosso al suo posto, a giustificare il misfatto, e reso in qualche modo risibile e trascurabile, in una cospirazione istruttiva ed esemplare. Perchè questo è il modo corretto di procedere, nel massacro di un’enunciazione: non perseguitarla ma spubblicarla, toglierle la credibilità minandone l’integrità.

Questo particolare lavoro chiude la prima fase del resoconto etnografico ed antropologico vero e proprio, preziosissimo esempio assimilabile al mirabile lavoro di Margaret Mead o Gregory Bateson, e lascia spazio ad una seconda fase di narrazione più intima e ugualmente luminosa, gustosa per quanto niente affatto romanzata, utilissima nella propria chiarezza.

Poi, dopo sette libri, un altro Carlos ha preso il posto del primo. In una operazione editoriale forse senza precedenti la confusione è stata generata da dentro, ad imbrogliare le regole del diritto d’autore e di lettore, inventando una personalità tremante e disillusa, illimitatamente inferiore negli esiti.

E’ una California irresponsabile e maligna quella in cui si muove Pynchon, l’elusivo autore dell’unica epica solare e giovanile che comprendo. I suoi personaggi non si esprimono in un linguaggio adatto ad un qualunque american dream, eppure l’odore di una profonda, definitiva, familiarissima terra di promesse mancate pervade ogni singola scena.

Sono grato alla grande e confortevole qualità letteraria cui vengo esposto quando lo leggo, perchè così poco suscettibile di riduzione hollywoodiana, così poco adatta ad un malinteso manipolato ad arte che riporti tutto alle solite smanie giovanilistiche.

A Pynchon il merito di aver descritto atmosfere completamente musicali senza precipitare nell’oleografia fastidiosa dei fenomeni di costume, e pure molti altri meriti, anche. In una assolata atmosfera thanatoide, greve di ossessioni maniacali mascherate da endless summer, ancora qui molto più Esquivel che Beach Boys, si muove la ricerca di una vitalità perduta, più autentica e meno semplicemente criminale.

La comprensione dello specialissimo successo di questa narrazione implica lo studio dell’intero processo della lettura. Dell’impulso umano a credere in una speranza emancipata dalle norme del consumo ad oltranza, alla capacità umana di abitare spazi corrotti e profondamente decadenti senza perdere la propria qualità essenziale.

Questo è infatti il processo di produzione di qualità che Pynchon, esegeta apocalittico anzichèno, esercita nel suo lavoro, raro e sparso: la ricostruzione di un evento trascurabile ma nondimeno appartenente ad un futuro cui tutto mira, pure immerso nella polverizzata ossessione oscura e spaventosa di una terra calda ed inospitale truccata da eden di cartone.

Forse l’unico Dylan che riusciamo a maneggiare, trascurandone l’enorme importanza storica, è quello limitato al 1966, rappresentato in un lavoro compatto e potente, anche se sull’orlo di una vero e proprio tradimento, e successiva rivelazione: il suo libro privato e nascosto.

Il suo procedere beat e Rimbaud, reso lecito da una posizione sociale ancora in fieri, riesce ad essere godibile e significativo, ricco ed odoroso, in una dimensione ancora contenuta e praticabile. Molta parte del nostro amore per Dylan sarebbe giustificata anche solo qui: l’immaginario trascendente e pure, francamente, incomprensibile è già esteso e concluso, già in Bringing It All Back Home, Highway 61 Revisited e Blonde on Blonde c’era abbastanza per una dichiarazione di fedeltà perenne.

Il gioco marginale e disincantato, tutto ritmato su parole intraducibili e grammatiche aliene, riconosciamolo, non è alla portata di una semplice traduzione in buona fede. Privato delle cristalline composizioni da troubadour amatissime ovunque, la difficoltà linguistica emerge imponente. 

Non sarò certo io ad affermare la qualità musicale di Dylan, nè qui nè altrove, che sopra ad ogni illazione si trova, nell’olimpo dei puri di cuore. Ma mi trovo invece a ragionare su di una qualità lettteraria, che come nel caso di e.e. cummings o degli stessi Rimbaud e Verlaine, riesce molto difficile nelle traduzioni frammentate ad uso dei confusi appassionati. Si tende a ridurre, a semplificare volgarmente.

E invece, a limitarsi al ‘66 ripeto, qui ci troviamo di fronte ad uno spiraglio dorato nella generale miseria dei tempi, ad una celebrazione erotica ed imprescindibile di un paese impresentabile, sprofondato nelle sue isterie violente e nelle turpi manie. Ad una raccolta di brillanti incastonati nel cuore di un paese grande e bellissimo, che intendeva darsi una dignità esemplare e che non ci è riuscito mai.

Non c’è una azione sensata che corrisponda alla critica musicale. La riduzione dell’organizzazione geniale del suono in parole è buona per gli ospizi, per i caffè cittadini, per i club degli scacchi. Ciò che si può commentare, viceversa, è il contesto, l’ambiente di riferimento, l’atmosfera forse: tutto quello che in questi nostri tempi spiacenti ha preso il posto della composizione musicale vera e propria. Di questo si possono occupare i ricercatori.

La definizione principale, la più autentica delle necessità che un ricercatore in buona fede esige è il silenzio. L’assenza di rumore permette la percezione diretta, chiara, immediata del flusso processuale in atto, permette di vedere le cose come stanno.

Non si occupa solo di suoni David Toop, neppure si occupa solo di configurazioni attuali. Invece lo scopo della sua investigazioni mira a ridefinire il linguaggio adatto alla prosecuzione della vita sulla terra, a modellare scopi e motivazioni all’altezza della fine di un mondo, chè se ne possa immaginare un altro.

Da Toop ho raccolto meditazioni sul’uso stesso del linguaggio, delle opportunità ed equivoci da questo derivanti. Ho misurato le distanze tra la produzione sonora e la sua corretta categorizzazione, sempre in equilibrio fra suoni estranei, alieni, per questo profondamente familiari.

Addentrarsi in questa corrispondenza fornisce l’elemento mancante alla critica musicale in atto, fornisce congegni di ascolto e riverberazione degli eventi, permette un godimento del tutto sapido e persistente delle strutture sonore (e soniche) cui veniamo esposti in ogni momento della nostra vita. Ha attraversato un inferno condiviso, David Toop, e in qualche modo è sopravvissuto. Le istruzioni manuali per seguire un percorso niente affatto già modellato sono contenute in questo libretto, e nei pochi altri che l’hanno seguito.

L’intera mia relazione con il teatro è regolata sul lavoro di Samuel Beckett. In particolare con Krapp’s last tape, la messa in scena in cui il vecchio, insopportabile Krapp si misura con ciò che è stato, con il tempo e la memoria.

Badate, non è affatto cosa da poco per chi, come me, considera l’intera vita sociale e non soltanto qualche modello di comunicazione, come una messa in scena teatrale. Specialmente per coloro che inclinano verso una percezione troppo intellettuale dell’esistenza, ma non certo soltanto.

Beckett è un finissimo pedagogo, brillante psicologo ed insuperabile osservatore della fine del mondo. Non solo perchè si immerge nell’orrore senza paura nè aspettative, ma soprattutto perchè ne riemerge intatto, addirittura purificato, mentre permette a noialtri di fare lo stesso.

Si tratta infatti di una consapevolezza profondamente pratica la sua: quella dello stato distorto della percezione occidentale moderna, quella della malattia come assenza di principio, di cura, e di attenzione. Il profondo contributo di Beckett consiste infatti non di una presa di distanza, ma viceversa di un caloroso e confortevole abbraccio, nella distinzione dell’assurdità delle nostre pretese dall’urgenza delle nostre necessità.

La lezione di Beckett è un’esempio di speranza applicata all’attesa ed al mantenimento di una fermezza sana e solida. Egli ci dimostra che il miglior scenario possibile è quello in cui ogni qualità di consorzio umano mira soltanto alla preservazione di sè stesso, nella speranza di essere vivo e presente mentre l’equilibrio naturale riorganizza la propria configurazione.

Tale lavoro si svolge completamente al di fuori di quella storia, finita ad Auschwiz, che ci ostiniamo a considerare come ultima realtà. La presenza multidimensionale ed astratta dei suoi personaggi è tutta giocata sulla possibilità che la nostra attesa al di fuori da qualunque storia sia, in effetti, l’unica possibilità che abbiamo.

Mai come con Philip Dick la sottilissima distinzione fra il tentativo di espressione di una profonda intuizione e la emarginazione sociale a causa di follia è stata così confusa. Mai imbroglio editoriale è stato più deleterio e tragico, mai il miracolo della diffusione è stato più inspiegabile.

Ogni religione è il superamento di questa distinzione dovuto al miracolo della sospensione del giudizio, della fede in una esperienza percettiva che non si trova alla portata del credente ma che nondimeno viene accettata ed eletta a vessillo.

La truffa della categorizzazione di genere, della definizione di letteratura minore, ci procura grandi vantaggi: attraverso lavori come questo, distribuiti attraverso la volgarissima rete di vendita edicolare e priva di qualunque garanzia di nobiltà, passano a volte le più autentiche meditazioni su simulacri e simulazioni, su santità e dannazione, su Verità ed Esistenza, perfino.

Nel percorso dallo svelamento alla pratica si trovano molti Santi, e molti Folli, a volte spaventosamente difficili da distinguere. Alcuni di loro vengono eletti, altri scancellati, noi passiamo un bel po’ del nostro tempo ad investigare il processo attraverso cui si passa, noi e loro.

Dick ha lavorato per molti anni alla descrizione di un ambiente pericoloso e bellissimo, distillando fino a codeste estreme conseguenze una esperienza molto poco lineare, molto poco allineata con l’imposizione editoriale ed il gusto del pubblico, che però, in un tempo pure insopportabilmente lungo, non ha potuto fare altro che riconoscerne le ragioni.

Sulla vaghissima linea che separa le più varie definizioni di memoria ed identità ha lavorato, incessantemente, costui. Sul tenebroso confine dell’accettabile ha disposto le sue architetture, tentando di definire ciò che è umano ed utile e di distinguerlo dall’infernale manipolazione cui sono sottoposti gli aspiranti umani. Oscillando fra successi maggiori e minori questo prezioso lavoro giunge a noi, in una lingua quasi, infine, percettibile.