Se ci fosse una storia dell’equivoco in letteratura, specie in quella destinata all’accademia e diffusa invece gratuitamente tra le menti semplici, dovremmo cominciare da qui.
Perchè ineccepibile è il procedere di quest’uomo, precisa e chiara è la sua investigazione, al limite di un mondo che pareva preparato e tale non era, non è ma sarà. Io provo ad immaginarmeli i lettori di quest’opera, in un XX secolo scosso e tremante, privo di una connessione perfino con sè stesso ed un qualunque principio.
Perchè Castaneda rappresenta una cosmogonia in sé, la sua è la descrizione completa e dettagliata di un universo possibile, che in quanto tale richiede fermezza e praticità, calma e conoscenza. Perchè a queste condizioni non è sufficiente una esperienza letteraria o accademica, soltanto una visione in cerca di comunità lo è.
E infatti Castaneda è stato scancellato, per i motivi più diversi, anzi un fantoccio smidollato è stato promosso al suo posto, a giustificare il misfatto, e reso in qualche modo risibile e trascurabile, in una cospirazione istruttiva ed esemplare. Perchè questo è il modo corretto di procedere, nel massacro di un’enunciazione: non perseguitarla ma spubblicarla, toglierle la credibilità minandone l’integrità.
Questo particolare lavoro chiude la prima fase del resoconto etnografico ed antropologico vero e proprio, preziosissimo esempio assimilabile al mirabile lavoro di Margaret Mead o Gregory Bateson, e lascia spazio ad una seconda fase di narrazione più intima e ugualmente luminosa, gustosa per quanto niente affatto romanzata, utilissima nella propria chiarezza.
Poi, dopo sette libri, un altro Carlos ha preso il posto del primo. In una operazione editoriale forse senza precedenti la confusione è stata generata da dentro, ad imbrogliare le regole del diritto d’autore e di lettore, inventando una personalità tremante e disillusa, illimitatamente inferiore negli esiti.







