Diogene Malamati

gennaio 28, 2010

Through the Glass

Archiviato in: A new home, dark — by produzionintuitive @ 10:51 am

La nostra identità, il nostro carattere sono poggiati su ciò che ricordiamo, l’insieme degli oggetti e delle strutture che crediamo di essere. Non c’è molto da fare, la nostra stabilità emotiva, tutti i nostri limiti, il nostro stato mentale e fisico, sono raccolti intorno a questa strana, vacillante immagine di noi stessi che abbiamo. Certo, ci guardiamo anche con gli occhi degli altri, ma in fondo ci fidiamo solo di chi ci rassomiglia, di chi vede quel che vediamo noi stessi.

L’età, lasciata a sè stessa, tende a portarci ad una specie di saturazione, come se non avessimo più spazio nella memoria per immagini nuove, per suoni davvero inauditi. Il nostro essere esperto ci impedisce così di confonderci, spaesarci, perderci, o almeno tenta di impedircelo, perchè la confusione è grande, perdersi è facile. Così, automaticamente, è in atto un processo di ricostruzione della nostra vita passata che per il nostro conforto tende ad essere lineare, liscio, storico.

Credo che non ci sia proprio nulla di lineare nella nostra esistenza. Credo che lo scorrere del tempo, il vagare nello spazio siano percorsi piuttosto differenti da quelli immaginati, almeno a considerare il fatto che non siamo soli, ed il tempo non scorre affatto per tutti nello stesso modo. Credo che la difficoltà più grande derivi dalla nostra sensazione troppo breve del tempo, che è più complesso, e molto più lungo di quanto ameremmo sia. Lo spazio, per quanto mi riguarda, è invece molto, molto più articolato.

Non è possibile augurarsi di venire maltrattati troppo, ma un senso corretto del nostro stato attuale potrebbe venire proprio da un forzato spaesamento. Accettare la posizione nella quale nessuna delle nostre abituali posture funziona più, sarebbe forse sufficiente per prendere una consapevolezza maggiore, se non decente, della reale natura del nostro ambiente. L’esperienza turbativa della dislocazione emotiva potrebbe essere il giusto contesto per una educazione alla realtà, alla forma che le cose hanno nella realtà.

gennaio 27, 2010

Hollow Lands

Archiviato in: A new home, earth — by produzionintuitive @ 7:14 pm

Non so se quello della vita si possa proprio definire un senso, almeno non in termini fisici di spostamento su un vettore in una certa direzione. Io per me non sono molto pratico di questo senso, chè il movimento, sia nel tempo che nello spazio, non lo avverto intorno a me in modo consistente. Considero la mia esistenza immobile, piuttosto, tranne per quell’incessante circolo interiore che si muove attraverso ogni tempo ed ogni spazio rendendoli simultanei, infogliati, tutti esistenti nello stesso istante e nello stesso luogo.

Ogni mio viaggio comincia qui, seduto in poltrona. In realtà preferirei sedermi sul pavimento ma la mia credibilità ieratica ne soffre e le apparenze dovrebbero sempre essere mantenute, in fondo. La mia consapevolezza limitata mi impone spesso l’attesa, una silenziosa e apparentemente immobile contemplazione. Ma il mio fare niente genera un brivido più profondo del paracadutismo, la mia padronanza di me stesso deve equivalere a quella di un surfer nel pacifico, per quanto ambedue non siano particolarmente impressionanti.

Non amo prendere appunti, lascio le impressioni in quell’ampia zona liminale che per molti è inconscia. Le informazioni di cui ho bisogno sono avvolte su fili d’aria, che sono tesi solo nel posto in cui ne ho bisogno. Prepararsi, provare ed allenarsi sono processi di visualizzazione più che gesti ripetuti alla nausea. Apprendere consiste molto spesso di una scena acquistata in pochi secondi di illuminazione della stessa, perciò è l’attenzione che va allenata, come la volizione. Tutto il piacere di un viaggio poi, sta nel primo passo. Il resto è solo un divertente rotolare verso il già vissuto.

Brucio nell’attesa quindi, e solo ciò che rimane di me può partire. E’ un essere molto leggero quello che lascia il mio posto accanto al camino (sfavillante di promesse), un nuovo essere incolto, vuoto, affamato e mobile. Non è difficile che la mia memoria si dissolva, che la mia personalità immaginaria si azzeri. Non porto con me dignità e vanto, nè stima e rispetto. Parto sprezzante, nella gloria di corso d’acqua privo di sorgente, che potrebbe svanire com’è sorto. Solo, dal nulla.

gennaio 26, 2010

Together

Archiviato in: A new home, landscape — by produzionintuitive @ 6:03 pm

Abbiamo uno spazio, accanto agli altri, che possiamo abitare in un modo degno dell’esistenza umana. Conoscersi e riconoscersi, in mezzo a questo pianeta rumoroso, è possibile solo se le nostre voci risuonano. E’ il suono che tiene insieme il nostro mondo, chè il silenzio non è assenza di suono. Il circolo di guarigione di cui facciamo parte è intonato su una fondamentale precisa, sulla quale risuona ogni cellula del nostro corpo immaginale.

Ogni sofisticata dominante è legata indissolubilmente alla sua tonica. Il nostro scopo sapienziale è il sentimento di questa tonica, che definisce ad un tempo il luogo che insieme popoliamo, i colori della nostra lingua comune, l’apparente nostra presenza stessa. L’insieme di queste condizioni ambientali fragilissime e comunque effimere, quello che noi conosciamo come il nostro mondo, è poggiato sulla densità di una sillaba superbamente pronunciata.

La forte assunzione di responsabilità implicita nel professare una parola ci richiama la necessità di apprendere un linguaggio comune. C’è una importante assunzione nell’affermare, una presunzione che l’opportunità di toccare l’altro andrà a buon fine, che la sua statura è pari alla nostra. Tracotanza ed arroganza sono le caratteristiche di chi si appropria di poteri cui non ha accesso, occorre prima affinare gli strumenti, la padronanza degli stessi.

In questa mia isolatissima stanza, il silenzio entra come la massima benedizione. Percepirlo per me vale più di mille ragioni, che gli amichevoli esseri che mi trovano intendono portare. La presenza del silenzio equivale alla purezza dell’aria, alla pulizia dell’acqua, ai fini del sostentamento di tutto ciò che sono, che ancora è fuori dalla portata della mia intelligenza, come della mia esperienza.

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