L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.

Italo Calvino
Le città invisibili

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Il nostro racconto favorito, quello su cui poggiamo solidamente i nostri piedi non nasce dalla storia, dall’esemplare accumulo di soggetti successivi ed ordinati. Esso nasce piuttosto dal contrappunto continuo degli eventi: dagli stili diversi che attribuiamo alle cose, mentre diamo loro quel poco di unità e di senso che ci occorrono. Attribuiamo ai dettagli un valore che non hanno, facendo di essi segni indelebili ed insostituibili scolpiti nella nostra visione del mondo.

Il futuro è qui, esattamente come il passato. E’ la percezione di ciò quella con cui perdiamo il contatto, per eccesso di fatica o di concentrazione. Vittime della comodità e della distrazione immaginiamo una storia, che ebbe un inizio ed avrà una fine, su cui ora non abbiamo la forza di intervenire, la lucidità per vedere. Il futuro è già qui, pure se esso non è equamente distribuito. Il passato è qui, pure se ognuno lo ricorda a suo modo.

Se la civiltà si svuota di sostanza per ridursi a formalità che negano la qualità dello stile, noi leggiamo, ritroviamo il tesoro dell’impegno perduto nei forzieri delle lettere. L’isola del tesoro è la nostra stanza, da cui abbiamo dovuto dolorosamente separarci solo per poter tornare e guardarla in una luce nuova. Nello stile delle lettere ritroviamo l’essenza delle cose, cioè la vita, il mistero che illumina le giocolerie sentimentali ed intellettuali. La fiamma che riempie l’involucro del corpo estetico che ora brilla, sola luce nella notte.

La vita trascorre e svanisce, Il tempo opposto all’amore, senza un solo nome che possa stare alla sua altezza, senza che l’esperienza sia mai davvero comunicabile, tranne che attraverso una intelligenza, una mobilità ed una umiltà che siano davvero comuni. Affrontiamo il racconto di Chronos, che solo da forma e sostanza all’individuo così come gliela toglie quasi contemporaneamente, mentre frantuma il mondo intero, e toglie dalla scena il suo eterno antagonista Eros.

Il racconto erotico non romantico, carico di incanto quanto di disillusione, capace com’è di affrontare solitudine e privazione, ci fornisce il materiale necessario. Condizione inevitabile per mantenere viva la necessaria ed indicibile grazia è la musica, sola materia capace di lavorare sul nulla, senza appoggi accessori. Una musica senza soggetto, o il cui soggetto è quasi del tutto invisibile, comunque non ostacolo alla rappresentazione del nulla oggettivo, di cui ci nutriamo.